Servizio segnalazione articoli

 

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.

 

 

Dal Corriere della Sera del 18 Giugno 2013

 

IL PD E IL CONFLITTO TRA DUE ANIME

 

Il vero partito mai nato

 

Di Michele Salvati

    Viviamo in un regime non di «partito unico», ma di «unico partito». Con tutti i suoi difetti, la sola organizzazione politica che assomiglia ai grandi partiti di un tempo è il Pd, radicato nella società sia a livello nazionale che a livello locale, con legami articolati nello Stato e nelle pubbliche amministrazioni, con diffuse capacità di reclutamento di quadri tecnici in grado di cooperare a funzioni di governo, con una connotazione ideologica sufficientemente chiara. I difetti (... un grande partito, non un vero partito) li vedremo subito, e sono profondi. Ma assai più grandi sono quelli delle altre organizzazioni politiche. Il fallimento della Seconda Repubblica, al di là delle politiche inadeguate che ha adottato, sta nel non essere riuscita a creare un secondo grande partito, un secondo stabilizzatore politico, dotato delle stesse caratteristiche del primo, così risolvendo un problema di fondo della nostra democrazia: l'assenza di un grande partito di destra democratica.

    Berlusconi aveva le risorse di consenso necessarie a creare una grande e stabile destra liberal-conservatrice, che nel tempo si rendesse autonoma dal carisma del suo fondatore. Non ha voluto o potuto guidare il delicato passaggio dal carisma all'istituzione; in ogni caso, non ci è riuscito. Ancor oggi, o scende in campo il suo attempato fondatore, o la destra balbetta e perde, anche se una «domanda di destra» è forte nella società. Delle altre organizzazioni politiche non vale la pena di parlare. O sono il frutto di vecchi radicamenti ideologici e di domande circoscritte localmente e settorialmente, o sono partiti e movimenti ancor più personali e carismatici del Popolo delle libertà, funghi che nascono nel terreno irrigato dall'indignazione diffusa, alternative episodiche all'astensionismo e al rifiuto della politica.

    Condivido dunque, nell'analisi e nello spirito, l'editoriale del 16 giugno di Luciano Fontana, ma farei un'eccezione: il Pd è ancora (e chissà per quanto) un grande partito, e di un partito svolge le principali funzioni. Ma questo aggrava, non attenua, le critiche che gli possono essere rivolte. Passare dal carisma all'istituzione, dal potere personale ad una solida struttura ideologica e organizzativa - il compito di Berlusconi - era un'operazione difficilissima, e il nostro «Cavaliere» non è un De Gaulle. Il compito che attendeva la leadership della sinistra di governo, dall'Ulivo al Partito democratico, nei vent'anni che sono passati dalla crisi politica del 1992-93, era invece accessibile a un ceto politico capace ed esperto come quello di origine comunista e democristiana.

    Questo ceto - i D'Alema, i Veltroni, i Marini, le Bindi - sapeva benissimo che, creato un amalgama in cui si fossero scolorite le vecchie appartenenze, il problema principale era quello di tenere insieme due tendenze che si sarebbero inevitabilmente contrapposte in una sinistra riformista con «vocazione maggioritaria»: una tendenza con orientamento più liberale e un'altra con orientamento più socialdemocratico. L'accento qui cade sull'espressione «tenere insieme».

     Un partito è una comunità d'intenti, e si è partito se si riconosce lo stesso spirito di parte, la stessa comunanza profonda, lo stesso soffio vitale, alle principali tendenze che in esso operano, non se si respinge una di esse al di fuori dei confini del partito, gabellando la tendenza più liberale come «destra».

Se questo è vero, e nonostante le capacità e i meriti che prima ho riconosciuto, il Pd è un grande partito, ma non è ancora un vero partito: nel Labour, nel Ps, nella Spd, nel Psoe si combatte, ma nessuno mette in dubbio l'appartenenza al partito delle diverse tendenze che in essi si confrontano.

    Il caso Renzi è esemplare. Difficile negare che Renzi sia il migliore acchiappavoti che il Pd ha oggi a disposizione. Se nel prossimo congresso Renzi corresse per la segreteria e vincesse, quanti, nei circoli, tra i militanti, nei quadri intermedi, riconoscerebbero in lui il «loro» segretario e collaborerebbero con lealtà, se non con entusiasmo? Le bizantine polemiche di cui i giornali ci informano - sulle regole statutarie, sulle primarie... - hanno tutte a che fare con questo problema profondo. E se il Pd non lo risolve, il problema non è solo del Pd, ma della democrazia italiana: un vero partito sul lato della sinistra di governo aiuterebbe la formazione di un vero partito sul lato della destra, perché una tendenza politica così diffusa non può rimanere a lungo senza rappresentanza. Che il Pd risolva il suo problema è una speranza, naturalmente. Ma il realismo mi costringe a far mia la frase finale dell'editoriale di Fontana: «La speranza di una "democrazia normale" con due poli... che competono per conquistare il consenso degli elettori è sempre più lontana».

 

 

Da LA NOTIZIA del 18 Giugno 2013

 

Il Diritto

 

in un Paese al rovescio

 

Di Gaetano Pedullà

    Non fossimo un Paese al rovescio non vedremmo mai comitati di cittadini che acquistano pagine sui giornali per scongiurare l'allonta­namento dello Stato e la chiusura di modernissimi tribunali. Ma siamo il Paese che siamo e allora ci tocca ve­dere anche questo. L'ineffabile mossa dell'ex ministro della Giustizia Paola Severino per tagliare qualche moleco­la della gigantesca spesa pubblica fu accorpare alcune sedi giudiziarie. In un'Italia dove ci vogliono anche dieci anni per una sentenza, dove in grandi aree del Paese nemmeno ci si rivolge più agli avvocati ma ci si fa più sbri­gativamente giustizia da se - e dove quindi servirebbe più giustizia, più tribunali, più certezze nella legge - si affronta il problema dei costi con la stessa miopia di un'Europa ragionie­ristica, attenta al rigore e non allo svi­luppo. Modello che stiamo vedendo quanto funziona. E dire che uno Stato onnipresente in economia, invasivo nei rapporti umani, assurdamente re­golatore di ogni cosa, dovrebbe invece liberare i suoi cittadini assicurandosi di far bene solo poche cose: difende­re i confini e la sicurezza, consentire a tutti l'accesso a cultura e istruzione, garantire la salute, amministrare la giustizia. Tutto il resto, invece, an­drebbe cancellato, a partire dalle cen­tinaia di aziende nazionali e munici­pali, dai finanziamenti a tutti i generi di sagre della porchetta, dalle regalie (in cambio voti ai partiti) a corpora­zioni, sindacati, gruppi di pressione, ecc. In un Paese fatto così non fa qua­si notizia constatare che moltissimi magistrati fanno tutto tranne che il lavoro per il quale sono lautamente da noi tutti pagati. Arbitrati, man­sioni fuori ruolo per oltre dieci anni, Incarichi extragiudiziali profumata­mente ricompensati da associazioni di imprese che poi colleghi dell'ufficio accanto dovranno giudicare, sono la normalità. Nel silenzio generale. Mentre lo Stato taglia i tribunali. E persino Napolitano ha da ridire che a qualcuno non va giù questa vergogna.

 

 

Da Il Messaggero del 18 Giugno 2013

 

Il Paese al bivio

 

Può bastare una sola norma per avvicinare Stato e cittadini

 

Di Francesco Grillo

    Per molti il decreto del "fa­re" era questione di so­pravvivenza ed è stato giu­sto intervenire. Se volessi­mo, però, la discontinuità che tutti stiamo aspettando; se volessimo evitare la sindrome della "semplificazione", il go­verno dovrebbe chiedere ades­so una delega a conseguire de­finitivamente l'obiettivo di fare dell'Italia un Paese normale. Con un disegno di legge che contenga un solo articolo che, visto che su questo ci sono stati tanti dubbi nel passato, dichia­ri: «Il rapporto tra Stato e citta­dini è su basi eque, efficienti e. ragionevoli. Ciò si applica an­che ai debiti che lo Stato e i cit­tadini vantano reciprocamen­te e, dunque, a sanzioni, inden­nizzi, agi, interessi e meccani­smi per la riscossione. Il gover­no è delegato a perfezionare la legge quadro che assicuri l'attuazione di questo principio, provvedendo a cancellare qual­siasi disposizione precedente che lo contraddica".

    Va bene il decreto del fare presentato dal Consiglio dei ministri durante il fine settima­na: Enrico Letta sa che queste "riforme a costo zero" valgono di più di grandi investimenti pubblici peraltro impossibili. Ristabilire un principio di lega­lità minima tra Stato e cittadini è quello che dai tempi di Ada­mo Smith è considerato prere­quisito minimo per poter ospi­tare - attrarre o trattenere - im­prese e produrre lavoro. E del resto era questo principio di equità, uno di quelli fondamen­tali sulla base dei quali fu co­struita sessantacinque anni fa la Costituzione che rese gli ita­liani cittadini.

     Ma i passi sono piccoli; gli articoli del de­creto (47 nella versione provvisoria), nonché le leggi che si sono succedute per rendere l'Italia un Paese più sempli­ce, sono troppo numerose; soprattutto, non si fissa un orizzonte temporale oltre il quale l'Italia potrà ritenere il percorso delle riforme finalmente compiuto, in maniera che possa toccare - da quel mo­mento - a imprenditori e cittadini fare il resto.

     Va bene proteggere le prime case e le imprese dai debiti con il Fisco, così come fu giusto cominciare il pagamento dei debiti della Pa ai propri fornitori, perché continuare a far morire di fisco gli stessi soggetti che dovrebbero produrre e pa­gare le tasse è una specie di suicidio col­lettivo; è giusto introdurre gli indennizzi per ogni giorno di ritardo di un'ammini­strazione nel concludere un procedi­mento amministrativo, per chiarire che i funzionari pubblici cominciano con­cretamente a rispondere della qualità del servizio reso; può avere effetti impor­tanti promuovere il domicilio digitale vi­sto che una quota parte elevata della du­rata dei processi civili è spesa nello stabi­lire se un atto è stato notificato corretta­mente.

    La questione vera, tuttavia, non è più quella di aggiustare le storture più evi­denti e neppure di creare uno Stato "dal volto umano", perché non è di questioni sentimentali che stiamo parlando. Ma di pretendere che Stato, cittadini e imprese siano tutti ugualmente responsabili. Che tra le componenti principali di una società avanzata come quella italiana, i rapporti siano basati sulla maturità e non sul paternalismo o sulla furbizia. Se un cittadino paga con ritardo deve esse­re sanzionato e nella stessa maniera de­ve esserlo lo Stato se succede il contra­rio. E se lo Stato chiede e ottiene senza negoziarli degli agi per il lavoro necessa­rio a riscuotere, nella stessa identica mi­sura va risarcito il cittadino o l'impresa che è costretta a difendersi da una richie­sta nel caso in cui avesse ragione. Sono principi che un governo dovrebbe enun­ciare nei suoi obiettivi finali da raggiun­gere in tempi certi, piuttosto che perse­guire provvedimento per provvedimen­to, rischiando di dimenticarsi pezzi di re­golamentazioni che si sono stratificate nel tempo e di creare ulteriore confusio­ne.

    L'Italia continua - ed è questa la no­stra vera malattia - a oscillare tra gli estremi del "troppo Stato" e quelli della totale assenza di regole. Lo confermano i dati essenziali del rapporto con il fisco: siamo ai primissimi posti per evasione, ma anche agli ultimissimi nel mondo - posizione 131 dopo l'Iran e prima dell'In­donesia secondo la classifica della Ban­ca Mondiale - per invasività dell'ammini­strazione. Va bene dare e subito respiro a un'economia che sta soffocando. È, pe­rò, indispensabile che qualcuno dica quando questo interminabile processo di normalizzazione sarà concluso. Ciò servirebbe per generare l'aspettativa più importante: che l'Italia sta per ridiventa­: re un Paese nel quale è possibile fidarsi reciprocamente e lavorare, innovare senza avere paura di un'amministrazio­ne pubblica che oscilla tra troppa invasività e totale assenza.

    Storceranno il naso i ragionieri della contabilità pubblica, ma la restaurazio­ne di rapporti civili è l'unica motivazio­ne che valga davvero una deroga al patto di stabilità: il "lusso" della legalità che peserebbe nell'immediato sui conti, sa­rebbe certamente recuperato gli anni successivi in termini di maggiore Pil ed entrate. Ed è forse questo - valutare la re­gola del tre per cento non più per anno, ma su un periodo di tre esercizi - l'unico cambiamento che può trovare d'accor­do anche la Germania. Un Paese dove si­ano ristabiliti rapporti normali e, dun­que, di fiducia: un governo che nasce dal superamento della guerra di trincea tra l'esercito dello Stato etico e quello del " li­beri tutti", proprio su questo traguardo misurerà il proprio successo.

 

 

Da Gli Altri

 

Dove porta la retorica anticasta

 

Povera e senza libertà. La politica si taglia le ali

 

Di Andrea Colombo

    L’Italia della grande coalizione non è un Paese pacificato, ma neppure più belligerante. E un vascello in balia delle onde, senza timoniere né bussola, sballottato dove capita dagli umori degli elementi.

    La legge sul finanziamento pubblico ai partiti ne è la spia più precisa. L'ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti ha tutte le ragioni del mondo, e il peggio è che nel Palazzo lo sanno tutti. L'idea di affidare il finanziamento della politica alle donazioni dei privati, significa delegare ai facoltosi, anzi ai molto facoltosi, la gestione della cosa pubblica. Direttamente, nel solco tracciato da Silvio Berlusconi, o indirettamente, per via di lobbismo estremo.

    Così come è stata partorita dal governo Letta, la legge non lascia spazio ad altre alternative. Una cosa, infatti, è intervenire sulla trasparenza, come sarebbe stato d'obbligo già da un pezzo. Tutt'altra sforbiciare alla fonte, costringendo la politica a dipendere dall'aiuto di tutt'altro che disinteressate figure. Quel supporto non sarà mai gratuito, e neppure a buon mercato.

    Il risultato sarà una politica un po' più povera ma ancor meno trasparente e del tutto priva di libertà. E anche su quell'impoverimento non è detto che tutto fili liscio. Al momento il prezzo della campagna moralizzatrice, infatti, non lo stanno certo pagando i politici e meno che mai i capibastone, per i quali è cambiato e cambierà ben poco. Lo pagano dipendenti di solito sottopagati e messi per strada più o meno da un giorno all'altro. Per dire: se per soddisfare le aspiranti tricoteuses chiude il ristorante del Senato, i senatori rimediano con poco sforzo con uno spuntino alla buvette. Le 25 persone che di quel ristorante vivevano, invece, vanno in mobilità e tra qualche mese in conclamata disoccupazione. Evviva, uno spreco della politica in meno. Oppure: se i finanziamenti scarseggiano, la reazione degli austeri leader di partito è immediata. Danno disposizione di non rinnovare i contratti a tutti i collaboratori a termine, che passano così (e in larga misura sono già passati) da costo della politica a ulteriori rinforzi per l'esercito dei disoccupati. Brindiamo. Che ci volete fare? All'odio diffuso (e per molti motivi giustificato) nei confronti della politica qualcuno bisogna pur dare in pasto. All'origine di questa legge, come sa chiunque abbia messo recentemente piede in qualche palazzo del potere, non c'è nessun ragionamento, nessuna convinzione profonda, nessuna strategia. C'è solo l'inconsulta paura di una classe dirigente inetta che si sente assediata e, nella speranza di salvarsi, si abbandona a un'agitazione scomposta, col risultato, probabilmente, di accelerare l'annegamento.

    Non è che sul fronte delle riforme istituzionali le cose stiano molto diversamente. Senza entrare nel merito dell'improvvisa popolarità di cui gode il presidenzialismo (con o senza il "semi"), è un fatto che nessuna riforma istituzionale credibile può essere fatta sotto il ricatto incrociato di partiti in grado di usare la tenuta del governo, e dunque in questo caso la vita o la morte della legislatura, come ostaggio.

     Se ne è avuto un assaggio con l'incresciosa vicenda della legge elettorale e del ritorno al "Mattarellum". Si tratta in tutta evidenza dell'unica via percorribile per evitare di tornare alle urne con la legge elettorale in vigore, tutt'al più rimaneggiata ma nell'essenza sempre inaccettabile. Solo partire dalla eliminazione del "Porcellum", e dunque dal ripristino della legge elettorale precedente, offre una rete di protezione tale da reggere all'urto di chi, un attimo prima di dover cambiare la legge, può far saltare il banco per tornare alle elezioni con la legge attuale e accaparrarsi così il ricchissimo premio di maggioranza.

Questa era in effetti l'idea iniziale sia del Pd che di Enrico Letta, salvo rimangiarsela senza nemmeno provare a salvare apparenze e dignità quando Berlusconi ha minacciato di affondare il governo (e la legislatura) ove mai i piddini avessero osato tanto. Tranquillo Silvio, quelli manco sanno cosa significhi il verbo "osare"!

Di conseguenza finiremo per tornare alle urne con un "Porcellum" o un "Porcellinum", ma solo i più inguaribilmente ingenui possono sperare che il giochino non si ripeta con le riforme istituzionali (nella improbabile ipotesi che le stesse arrivino in prossimità di un approdo). Qualsiasi ipotesi di riforma dovrà sottostare al ricatto incrociato delle due forze principali, ma siccome tra le due una sola, il Pd, va in preda al panico solo a sentir parlare di elezioni politiche ci vuole poco a immaginare chi metterà il carico maggiore sulla bilancia dei veti e dei ricatti.

     Poi naturalmente c'è l'economia, e lo sanno anche le pietre che gli interventi importanti sono tutti su quel versante là. Infatti non se ne parla affatto e anzi se i costi della politica e le riforme godono di tanta improvvisa popolarità nei piani alti del Palazzo è proprio perché aiutano a stornare l'attenzione dal fronte davvero dolente. Dove sembra che non succeda niente perché effettivamente niente succede, fatte salve le preghiere perché i venti e le maree, cioè i giochi della finanza e le elezioni tedesche, si rivelino propizi e non decidano di affondare la barchetta tricolore smarrita.

     Ci fosse un'opposizione capace di tenere salda la barra, la situazione sarebbe meno disperata. Invece c'è Grillo, e quanto a bussola persa nei flutti non ha niente da invidiare ai pd con o senza elle. Cosa gli dirà la testa e un mistero che lui stesso deve sciogliere, con qualche fatica, ogni santo giorno.

     Mica è detto che la barca affondi, tante volte gli elementi si dimostrano pietosi. Però non è neppure detto che resti a galla. Cose che capitano quando la roulette russa prende il posto della politica.

 

 

Da Italia Oggi del 19 Giugno 2013

 

QUELLE «3T» DEGLI 8 GRANDI

 

Di Sarina Biraghi

    In Italia ci sono 176mila Paperon de' Pape­roni (nel 2011 erano 168mila) possessori di una ricchezza che vale 336 miliardi di dollari. Ben poca cosa rispetto ai 3, 73 milioni di ricchi nord americani con un patrimonio di 12.700 miliardi di dollari. Forse pensando alla disparità tra i super ricchi e la gente norma­le gli Otto Grandi hanno stilato un autentico vademecum in 10 punti per sostenere quelle «3T», ovvero Tax, Trade e Trasparency, che da­rebbero linfa all'economia, alla crescita e al la­voro che passa soprattutto per la lotta all'evasio­ne e ai paradisi fiscali.

    Cittadini e imprese dovranno trovare in Pa­tria il «paradiso» perché ora le autorità fiscali del mondo si scambieranno e condivideranno automaticamente tutte le informazioni an­ti-evasione. In più cambieranno le regole che permettono alle imprese di spostare i loro pro­fitti oltre confine per non pagare le tasse. Insom­ma, la sintonia tra i Grandi oltre che sull'abolizione definitiva della cravatta e l'adozione del disinvolto stile Aspen tanto caro al presidente Obama(camicia bianca con maniche arrotola­te e due bottoni aperti) è sulla chiusura dei para­disi fiscali e sul libero scambio, ovvero su cresci­ta e occupazione.

    Così Letta torna « carico di energia positiva» e con la certezza che l'Italia non è un Paese «sorve­gliato speciale» perché ha i numeri a posto. E rientrando nelle beghe casalinghe, cioè l'aboli­zione dell'aumento dell'aliquota Iva dal 21 al 22%, il premier ha assicurato che il governo agi­rà e deciderà «collegialmente, come ha sempre fatto in questi 45 giorni».

    Purché decida. Perché diciamolo, nel G8 ma anche nel «decreto del fare» manca un solo vero capitolo: la certezza.

 

 

Da La Repubblica del 19 Giugno 2013

 

Dai conti correnti allo shopping così la guerra ai furbetti del fisco

apre la cassaforte dei nostri segreti

 

Ma grazie alle nuove armi l’erano ha recuperato 12 miliardi 1 anno

 

Di Ettore Livini e Fabio Tonaci

    MILANO -Spie, a modo loro, sì. Ma con la stella di sceriffo sul petto. E impegnate 24 ore su 24 - macinando 34 milioni di dati al secondo - per sal­vare il Paese. A costo di rovistare trai segreti che gli italiani custodiscono più gelosamente. L'armata degli 007 del fisco tricolore è un esercito al silicio con una potenza di fuoco di un milione di miliar­di di byte: i suoi soldati sono 1.500 server, softwa­re con il dono della veggenza e 3 grandi "cervello­ni" custoditi su mandato del ministero delle Fi­nanze nei sotterranei gelidi della Sogei, vicino al­la Laurentina, periferia di Roma. Il loro compito? Smascherare potenziali evasori, passando al se­taccio migliaia di file in codice binario, registran­do con pazienza certosina (come solo le macchi­ne sanno fare) saldi di conti correnti, acquirenti di Panda, Suv eyacht di lusso, patrimoni immobilia­ri e utenze di gas luce ed acqua.

    Il nome in codice di questi super-agenti dell'a­nagrafe tributaria- non per niente siamo in cli­ma da spy-story-è Ser. p. i. co, Servizi per i con­tribuenti, come il vecchio poliziotto newyorche­se. E Serpico sa tutto di noi: quanto guadagniamo, che macchina abbiamo, se bollo e assicurazione sono stati pagati, quanto è costata la collana di perle nere delle isole Cook regalata alla mamma. Più, da metà 2013, saldi e movimenti complessivi dei nostri conti in banca. Un Grande Fratello, cer­to. Ma l'unico, nel mondo un po'misterioso di Big Data, ad operare marcato ad uomo dal Garante della privacy («tutti i dati sono anonimi ed elabo­rati senza intervento umano», garantisce Cristia­no Cannarsa, numero uno di Sogei) e - soprattutto - a fin di bene, come un'Onlus in versione 007. Obiettivo: recuperare un euro alla volta quei 120 miliardi sottratti ogni dodici mesi dagli evaso­ri all'erario, cifra che da sola basterebbe a cancel­lare in 15 anni tutto il debito pubblico tricolore.

Il bazooka dei fato

    Spesometro, redditometro, studi di settore. Tutti gli strumenti anti-elusivi dello Stato attingo­no a piene mani all'arsenale di informazioni tri­butarie raccolte da Serpico, l'arma letale con cui il Tesoro conta di sparigliare la partita con i furbetti del fisco.

    Ma come funziona il super-cervellone dell'A­genzia delle entrate? Chi può accederci? Che ri­sultati dà? E che garanzie abbiamo sul rispetto della privacy e sulle barriere anti-intrusioni dei pi­rati del Web? Andiamo per ordine. Ad alimentare i circuiti elettronici dei 1.500 server è un fiume di informazioni in arrivo da 300 banche dati tra cui catasto (con l'identikit di 67 milioni di immobili), motorizzazione, anagrafe, registro navale e da 10mila enti pubblici. Notizie cui si sommano tut­te le operazioni fatte usando il codice fiscale, le po­lizze assicurative, le iscrizioni in palestra, le spese sopra i mille euro e, con l'anagrafe dei conti cor­renti, anche il saldo dei nostri investimenti e dei conti in banca e il totale (solo quello) dei rapporti dare e avere annuali.

    Questa valanga di dati "riservati" tradotti in anonimi '0' e "1" del codice binario oppure "xml" vengono letti ed elaborati da tre grandi mainfra­me «di ultima generazione, affidabili al 99,9% pe­riodico e dotati di un sistema "gemello" di disaster recovery per gestire le emergenze» garantisce Cannarsa. I cervelloni li impastano, affiancano a ogni codice fiscale le relative voci "pescate" nel cuore pulsante di Serpico. E quando verificano scostamenti significativi tra il nostro tenore di vi­ta e il nostro 740, inviano un allarme agli ispettori del fisco. Dati ufficiali non ce ne sono, ma si trat­terebbe di decine di migliaia di segnalazioni al­l'anno. Vere e proprie "verifiche intelligenti" gui­date da algoritmi e software ad hoc calibrati per colpire in modo mirato - per quanto possibile ­i pesci più grossi.

L'Identikit del contribuente

A questo punto, per la prima volta, entra dav­vero in campo il fattore umano. L'Agenzia delle entrate, ricevuto l'allerta, affida ai suoi ispettori (e poi a Equitalia) il compito di scegliere i casi priori­tari su cui avviare gli accertamenti.

    Come si fa? Per prima cosa si può approfondire la ricerca. È facilissimo. Basta digitare nome e co­gnome o partita Iva del contribuente interessato sulla home page azzurrina del sistema e «istanta­neamente», come dice orgoglioso il numero uno Sogei, appare una fotografia finanziaria precisa al centesimo della sua vita: ci sono case e auto di pro­prietà, iscrizione in palestra, spese più consisten­ti, bollette e le ultime cinque dichiarazioni dei red­diti, investimenti e saldo del conto corrente e dell'eventuale conto per il gioco online. Una delica­tissima e sofisticata biografia patrimoniale sulla cui base può partire una richiesta di chiarimenti al diretto interessato in vista di un'eventuale in­dagine finanziaria.

    Questa carta d'identità elettronica, come ov­vio, non è a disposizione di tutti: «A queste appli­cazioni possono accedere solo pochi funzionari delle Agenzie abilitati con diversi livelli di autoriz­zazione i cui accessi sono registrati e consultabili su richiesta, nel pieno rispetto delle indicazioni ri­cevute dall'Authority per la protezione della pri­vacy», assicura Cannarsa. Ogni ingresso nel siste­ma viene monitorato e registrato. Si sa chi lo fa, quando e cosa cerca. E il garante vigila su tutto il processo. Come ha fatto di recente obbligando a costruire un canale di comunicazione "ad hoc" super-blindato (il Sid) per il trasferimento delle informazioni sui conti correnti e sui rapporti di in­vestimento con istituzioni finanziarie. E metten­do una scadenza come uno yogurt alle informa­zioni raccolte nell'archivio, per evitare abusi.

Il bottino degli 007

Serpico deve ancora completare il suo arsena­le. Ma dal 2007 ad oggi, grazie anche all'occhio lungo degli 007 virtuali del fisco, i soldi recuperati dall'Agenzia delle Entrate sono quasi raddoppia­ti a 12,5 miliardi l'anno e il lavoro di questi 007 computerizzati ha moltiplicato per due l'efficacia "chirurgica" del redditometro. Una manna per l'Agenzia delle Entrate costretta come tutte le realtà governative a una cura dimagrante imposta dalla spending review.

    «L'utilizzo delle banche dati ci ha permesso di recuperare più imposte a fronte di un minor nu­mero di accertamenti», ha spiegato pochi giorni fa il direttore Attilio Befera in audizione parlamen­tare. Non solo: una volta individuati "bersagli" credibili grazie alle valutazioni analitiche dei software dell'anagrafe tributarie, è molto più faci­le (e soprattutto più rapido) per il Tesoro definire il contenzioso con un patteggiamento, senza lun­gaggini e bracci di ferro costosi pure per il contri­buente: solo nel 2012 ben 245mila accertamenti sono stati chiusi con una transazione tra le parti senza andare per vie legali con un incasso di 3,6 miliardi. Buona parte dei quali farina del sacco del "bunker" nel sottosuolo della Laurentina.

L'arma segreta di Equitalia

La vera svolta potrebbe arrivare quando, que­stione di mesi, si potrà incrociare alla miniera d'o­ro del cervellone della Sogei anche la radiografia dei conti in banca, una novità che secondo Maria Pia Protano, capo settore accertamento, potreb­be garantire «un aumento del 40% degli incassi».

     Oppure quando Equitalia metterà in azione il suo ultimo gioiello: Palantir, probabilmente il più po­tente software in circolazione per rivoltare da ci­ma a fondo un database. E quello che la Nsa statu­nitense utilizza per i tabulati forniti da Verizon, al centro dello scandalo datagate.

     Palantir - il cui capotecnico è un'ex dipen­dente Nsa - si chiama come la «pietra veggente» del Signore degli Anelli, è stato creato e sviluppa­to da Ebav. PavPal e da un fondo di investimenti della Cia. Favisual analysis come Serpico, cioè vi­sualizza tutti i dati di milioni di persone: anagrafi­ci, immobiliari, fiscali. Tutti. Li incrocia utilizzan­do algoritmi di ultima generazione per scoprire relazioni invisibili. Non ha limiti di quantità e di quantità dei dati inseribili.

    Equitalia, che ha un database di 40 milioni di contribuenti con tutte le informazioni sulle ri­scossioni degli enti pubblici (pagamenti effettua­ti, iscrizioni a ruolo, multe, cartelle esattoriali), lo utilizza per scoprire elusioni e frodi interne. Fatto lavorare sull'intera anagrafe tributaria, può rin­tracciare le scatole cinesi, le intestazioni fittizie di beni e società, le «triangolazioni societarie» pos­sibili per evadere le tasse. Uno strumento di inda­gine potentissimo ma anche molto costoso (se­condo alcune fonti informate, si parte da un prez­zo base di 8-10 milioni di euro), tant'è che al mo­mento Equitalia non ha ancora deciso se acqui­starlo o no. In Italia è in uso dal 2009 anche ai ca­rabinieri del Ros per rintracciare relazioni tra soggetti indagati in diverse inchieste, portate avanti dalle procure, senza violare il segreto istruttorio.

I bachi del sistema

Per far davvero lavorare a pieno regime la mac­china acchiappa-evasori dello Stato, però, c'è an­cora qualche passo da fare. Serpico funziona co­me un orologio svizzero. Il problema, come emer­so dall'indagine della Commissione di Vigilanza sull'Anagrafe tributaria, è l'attendibilità e l'u­niformità delle informazioni immesse dalle ban­che dati esterne «che hanno scarse capacità di dia­logo tra loro». E un granello di sabbia può da solo inceppare il sistema.

    Il rapporto finale presentato alla Camera dei Deputati segnala tra queste macro-storture da Guinness qualche caso limite: basta che il nume­ro civico della via non sia in un'apposita casella se­parata per rendere i dati di lettura complessa. Ba­sta un "De" maiuscolo invece che minuscolo nel cognome per mandare in tilt i neuroni informati­ci dei mainframe.

    Sogei, Agenzia delle Entrate e Tesoro stanno fa­cendo un ciclopico lavoro per omologare le co­municazioni. Anche in vista degli scambi di infor­mazioni con le grandi banche degli altri paesi ap­provate ieri dal G8. Ma non è facile. Ci sono i nodi difficili ad sciogliere come le nascite mai registra­te, i Comuni poco digitalizzati, cognomi stranieri di difficile grafia. O casi estremi come i morti fi­scalmente viventi. In Italia abbiamo 90 milioni di codici fiscali di cui 17,5 milioni si stima in capo a defunti. E da loro, pure per un cervellone raffina­to come Serpico, è difficile recuperare anche solo un euro di tasse arretrate.

 

 

Da Libero del 19 Giugno 2013

 

«Voglio ricostruire la destra non dare poltrone ai colonnelli»

 

L’ex ministro pone le condizioni per la «reunion» e avverte gli ex colleghi di An: «Facciano un passo indietro. Alemanno? Porte aperte quando avrà le idee chiare»

 

Di Salvatore Dama

    «Se la sfida è rigenerare la destra io ne sarò entusiasta. Se l’obiettivo è ricollocare gli uomini della destra che hanno fatto il loro tempo non mi interessa». Giorgia Meloni ci gira poco intorno: loro, la “cosa nera”, l’hanno fatta quando l’opzione più rassicurante era rimanere nel Pdl. Adesso Fratelli d’Italia guarda sì con interesse a una nuova fase costituente della destra, purché non serva come ciambella di salvataggio per questo o quel colonnello.

Una parabola durata vent’anni. Dalla corsa di Fini al Campidoglio alla sconfitta di Alemanno. La destra si è liquefatta.

«Io non condivido la fretta semplicistica con cui si è celebrato il presunto funerale della destra. Contesto. E la considero una lettura politica lontana dalla realtà».

E’ un fatto che Alleanza nazionale non esista più. Il suo leader pensionato. La sua classe dirigente in ordine sparso.

«Possono finire le classi dirigenti e chiudersi dei cicli politici, ma il bagaglio culturale e ideale della destra affonda le sue radici ben più in profondità. Alleanza nazionale la ha interpretata, ma l’identità di destra non finisce con lo scioglimento di un partito, né può esaurirsi in un leader».

La destra non è finita in soffitta?

«Destra è un insieme di idee forti. E noi dobbiamo chiederci: come stanno queste idee nel nostro tempo? La sfida non è quella di riproporre qualcosa che c’è stato già. La sfida è lastricare il nostro pezzo di questo cammino. E vedere se oggi, qui e ora, siamo in grado di prendere quelle idee calandole nel nostro tempo».

Rifondare Alleanza nazionale: scelta sbagliata?

«Non credo nelle operazioni di ritorno al passato. Se noi pensiamo di mettere insieme le facce di sempre, gli slogan di sempre, i nomi di sempre, i manifesti di sempre, semplicemente non saremo credibili. Si è chiusa l’epoca di una classe dirigente che ha avuto l’onore e l’onere di rappresentare quell’idea negli ultimi decenni».

Cosa imputa ai colonnelli dell’ex An?

«La colpa di molti di loro sta nel non aver capito che quando le idee non si radicano nella società, le puoi professare ma non esistono. Abbiamo avuto tante occasioni per incidere in questi anni, ma la classe dirigente della destra ha governato spesso per governare, non ha lasciato un segno del proprio passaggio».

Ma quella classe dirigente non si sente ancora pronta alla pensione...

«Nessuno le chiede di andare in pensione, ma penso che chi ha avuto incarichi di prima fila in questi venti anni nella storia della destra oggi debba avere il coraggio di mettere a disposizione la propria preziosa esperienza per accompagnare una nuova generazione politica. E senza pretendere ruoli di prima fila. Ciascuno di loro dovrebbe prendere nuove persone e fare da mecenate. Porsi un problema che quella classe dirigente, ahimè, non si è posta finora: “Che cosa sto lasciando dopo di me?”».

Siete pronti a rigenerare la destra con altri ex An provenienti dal Pdl purché mettano da parte il protagonismo?

«Abbiamo fatto la nostra scelta in tempi non sospetti, quando l’opzione era tra salvare noi stessi o salvare quello che rappresentavamo. Abbiamo privilegiato questa seconda, mettendo in discussione la possibilità di salvare noi stessi. Tanti di quelli che hanno fondato Fratelli d’Italia a quaranta giorni dal voto avrebbero avuto un posto assicurato nel Pdl».

Altri non vi hanno seguito.

«Perciò a chi oggi dice che va rifatta la destra, io dico: c’è già. È Fratelli d’Italia. Un progetto inclusivo e aperto a tutte le persone sincere e di buona volontà. I nostri risultati dicono anche che la strada è quella giusta. Che si può crescere e che c’è ancora un centrodestra che può vincere. In una tornata elettorale in cui la coalizione non ha funzionato benissimo, Fdi è cresciuta in percentuale e in voti assoluti. A Roma abbiamo preso quasi 20mila voti in più».

Ma siete ancora molto distanti dalle percentuali di An.

«C’è un patrimonio che si è disperso. Ma possiamo ricomporlo. Il combinato disposto tra una proposta politica coerente e un personale politico serio e spendibile funziona. C’è ancora lo spazio». In tempi di acuta crisi economica l’elettore sceglie in base ai programmi economici, non in ragione della propria identità. «Quando gli elettori sono più interessati alle ricette economiche che gli pone un partito è perché tendono a non fidarsi delle idee. Oggi non c’è più l’adesione acritica, non è automatico che chi crede nella Patria voti Fratelli d’Italia. Però chi è di destra in Italia ha un disperato desiderio di vedere qualcuno che sia capace di rappresentare le sue idee anche nel concreto».

Come giudica la proposta di Alemanno?

«Rispondo con una battuta di Guido Crosetto: a noi non serve una “cosa nera”, ma una cosa vera. Ci stiamo già lavorando e ci lavoriamo. Quando sarà l’opzione A di Alemanno, ne parleremo volentieri anche con lui. Ma per ora mi pare sia solo il suo piano B, aspettando di vedere se rinasce Forza Italia».

 

 

Da Italia Oggi del 19 Giugno 2013

 

Per Maurizio Belpietro non può continuare a promettere ciò che non ha mantenuto in vent'anni

 

Berlusconi deve cambiare copione

 

Siamo bloccati dalla burocrazia e dissanguati dalle tasse

Di Francesco De Palo

Macché Partito dei Carini. Macché Renzi di destra. Al Pdl serve un grande piano di rinascita liberale. Parola di Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano Libero.

Domanda. Perché «Forza Italia dei carini», come ha scritto, non è la risposta che occorre al Pdl?

Risposta.

Non è sufficiente solo una faccia, un Marchini o un Barilla, ammesso che accettino: serve qualcosa di più concreto, un'idea netta e precisa dal punto di vista economico che, in questo momento, non vedo. Occorrono leggi per disboscare la burocrazia, un programma di pochi punti che non può risolversi solo nell'Imu, ma in una proposta più seria e strutturata.

D. Come ?

R. È necessario che qualcuno si rimbocchi le maniche per rifondare questo Stato. Insomma, una vera rivoluzione liberale. Per ottenere i denari da investire, prima serve trovarli tramite appoggi internazionali, penso agli Stati Uniti che stanno ripartendo: per cui immagino che sarebbe utile cercare proprio con loro delle intese. Quando dico che è imprescindibile un dimagrimento dello Stato non mi riferisco esclusivamente al fattore economico, che è assolutamente indispensabile, quanto all'ossessiva presenza dello Stato nelle vite dei cittadini.

D. Quindi una sburocratizzazione che combatta lo statalismo esasperato?

R. Siamo preda di centinaia di leggi che ci obbligano ad adempimenti stupidi ed assurdi. Gli investimenti vanno altrove perché non riescono a convivere con tutto ciò. Penso al fatto che assumere un dipendente sia diventato complicatissimo, al pari di investire o di avviare un'attività che comporta numerose autorizzazioni. Al Tribunale di Roma la giustizia civile fissa le udienze a distanza di cinque anni: vi sembra normale? Questo è un Paese folle, da lì bisognerebbe ripartire.

D. Berlusconi vorrebbe un nuovo Pdl leggero, dalle movenze movimentiste e a guida rosa.

R. Ho la sensazione che Berlusconi stia ripetendo la storia della straordinaria cavalcata della sua discesa in campo. La differenza è che quella è una storia irripetibile, in quanto non c'è un altro Berlusconi. Ma il dato non è se realizzare un movimento leggero o pesante o se la guida sarà rosa o meno, piuttosto cosa avrà da dire questo nuovo contenitore. Il punto della questione non è se puntare o meno sul partito dei carini, ma decidere cosa questo partito vorrà fare o cosa promettere agli italiani. Io non l'ho ancora capito.

D. Leader e consiglieri rischiano di smarrirsi in slogan?

R. Stiamo vedendo cosa accade nel Movimento Cinque Stelle: si è presentato un comico con l'intenzione di cambiare tutto, che effettivamente mostrava una grande efficacia. Poi, nel momento topico, la gente si è improvvisamente resa conto che Grillo non aveva esposto cosa avrebbe fatto in concreto. Aveva annunciato cosa avrebbe abbattuto, ma non cosa avrebbe costruito. E continuiamo tutti a non sapere che intenzioni ha, molto probabilmente non lo sa neanche lui, tant'è che non lo spiega.

D. Berlusconi l'aveva promessa quella rivoluzione liberale…

R. Da quella promessa sono passati vent'anni. Oggi bisogna che ci ripensi. Se vorrà dare un seguito alla sua iniziativa politica dovrà partire secondo me da cosa intende realizzare, anche perché siamo di fronte ad una delle crisi più violente della storia. I nomi non contano, puntare su Marchini piuttosto che un altro non è la risposta. Lo abbiamo visto con Alfano, non ha senso ragionare se sia meglio di Verdini o della Santanché.

D. Sta dicendo che occorrerebbe un manifesto liberale attingendo da ciò che di buono c'è nelle proposte di Fermare il Declino e Italia futura?

R. Potrebbe essere un momento di sintesi, cercando qualche testa d'uovo da mettere attorno ai leader del centrodestra, per riscrivere la Costituzione accanto ad alcuni testi fondamentali, riformare il fisco in quanto quello attuale ci «ammazza». Ciò non significa invitare a non pagare le tasse, ma auspicare di pagarle il giusto. Altro paradosso le interpretazioni che si fanno delle leggi e che rappresentano un ulteriore appesantimento generale. Siamo ostaggi della burocrazia, questa è il vero padrone del Paese.

D. Perde del tempo, quindi, chi cerca un Renzi a destra?

R. Sì. Ci si illude che sia sufficiente un volto nuovo per risolvere problemi atavici. Ma qui non siamo in un casting.

 

 

Da La Repubblica del 19 Giugno 2013

 

D'Alema: nel Pd ormai c'è solo il caos

 

Bersani: non farò cadere Letta. Lite sul web tra renziani e fan dell’ex segretario

 

Di Goffredo De Marchis

    ROMA - Pier Luigi Bersani non metterà i bastoni fra le ruote al governo e quando spiega che in caso di fallimen­to il ritorno al voto non è auto­matico, il suo bersaglio non è Letta ma Berlusconi. «Non c'è nessuna mia iniziativa. Non esiste che io faccia uno scherzo a Enrico, non c'è uno in Italia che possa pensarlo. Siccome vedo però che questo governo è tirato perla giacca un po' bru­scamente, mando un messag­gio chiaro. Secondo me l'ese­cutivo deve durare almeno fi­no a quando ci sono le riforme istituzionali e anche del siste­ma politico».

    Bersani fa comunque capire di essere tornato in campo. Che nella partita del congresso giocherà un ruolo anche lui. Soprattutto su come va orga­nizzato il Pd, su come deve sta­re lontano dalle tentazioni lea­deristiche. «Vedete quello che è successo a Grillo. Io sono contento che un po' di voti sia­no tornati a noi. Ma mi preoc­cupo che i 5stelle siano l'enne­sima meteora a cui gli italiani si sono affidati. Se continua così la gente non sarà più neanche arrabbiata, ma solo rassegna­ta. O disperata». È in campo, l'ex segretario, perché «non si sente sconfitto, mi sono di­messo per ottimismo non per rabbia. Per dare al Pd la possi­bilità di misurarsi sulla sua identità». Del resto, la sindro­me dello sconfittismo non gli piace. «Ogni tanto vengo avvi­cinato da un deputato che mi dice: abbiamo perso - racconta a Otto e mezzo lanciando una frecciata-. Gli rispondo: guarda che te sei in Parlamen­to grazie al premio di maggio­ranza».

    Bersani dice di non aver un candidato per la segreteria. «Ce ne sono quattro o cinque buoni». Anche Epifani? L'ex leader non lo esclude: «Ma de­ve candidarsi, per il momento ha detto che non lo farà». Co­munque il congresso, secondo lui, è chiamato a eleggere un segretario non il candidato premier. «Per questo penso, sì, a delle primarie aperte fino all'ultimo minuto. Ma per votare occorre iscriversi al Pd». È l'u­nico punto di contatto con Massimo D'Alema, con il qua­le su tutto il resto è in corso una guerra fredda, anzi gelida. L'ex presidente del Copasir, nel se­minario di Italianieuropei te­nutosi lunedì, ha esaltato il va­lore del «tesseramento». Rilan­ciando anche l'idea dei circoli di settore. «Mi piacerebbe ve­dere le sezioni degli operai dove si parla degli operai, quella degli artigiani dove si parla de­gli artigiani». Nemmeno le cor­renti sono un male, secondo D'Alema: «Magari ci fossero nel Pd. La realtà è che non ci sono. Nel Pd c'è solo il caos». La sintonia finisce qua. Sem­mai è facile prevedere uno scontro tra l'area dei bersania­ni e quella dalemiana. Lo fa ca­pire una battuta di Bersani quando parla del possibile fuo­co amico contro Letta. «Certe cose di D'Alema e Renzi credo siano tatticismi. Io spero lasci­no il campo a discussioni più profonde». Parole battagliere. E i suoi si preparano a lanciare la sfida. Per ora su Internet.

    La miccia l'accende il sito degli "ateniesi", un gruppo renziano guidato da France­sco Clementi, oggi saggio nel Comitato per le riforme istitu­zionali. Viene presentato un seminario di formazione poli­tica che si tiene sabato a Tori­no. E si polemizza su altre simili iniziative. Quella torinese sarà autofinanziata con 55 eu­ro a testa dai partecipanti.

    «Prefiguriamo un modello po­st abolizione finanziamento pubblico ai partiti. Il Pd orga­nizzava weekend a Napoli con centinaia di giovani pagati per assistere. Noi facciamo il con­trario, siamo disposti a metter­ci i nostri soldi per alimentare il flusso della bella politica». Il di­rettore di Youdem, la bersania­na Chiara Geloni, posta il link e commenta: «È tempo di sgra­devolezze, ma alcune sono più sgradevoli di altre». E il sito "linkiostro" risponde per le ri­me: «Cosa deve fare un partito se non promuovere i talenti e finanziare le iniziative che li ri­guardano dando a tutti la pos­sibilità di partecipare».

    Questo è il clima. E siamo so­lo all'inizio. Non ci sono i can­didati in campo, la discussione sulle regole è appena comin­ciata e l'esito non sembra scontato. Ma si attende soprat­tutto la decisione di Matteo Renzi. Una sua eventuale can­didatura scompaginerà le po­sizioni.

 

 

Da Italia Oggi del 18 Giugno 2013

 

L'art. 18 dimostra che in Italia la competitività è un optional

 

Di Edoardo Narduzzi 

    Il governo di larghe intese si è ben guardato dal metterlo nel suo programma di riforme. Nonostante la disoccupazione giovanile veleggi intorno al 40%, la produttività sia da ultimi della classe nell'eurozona e nell'Ocse, la recessione sia quasi senza fine e nonostante le tante riforme già varate dagli altri paesi in crisi della Ue, tutto ciò nonostante neppure un governo di grande coalizione è in grado di affrontare e riformare la legislazione in uscita dal mercato del lavoro.

     Eppure l'anomalia italica, già evidente nel 2007, è oggi post crisi un'abnormità globale. «Nel resto del mondo gli uffici delle risorse umane svolgono due funzioni chiave per la competitività delle aziende: hiring and firing (assumere e licenziare). Solo in Italia, invece, la loro funzione è diversa: hiring and retiring (assumere e pensionare)», mi faceva notare qualche tempo fa un manager olandese disorientato dalla specificità giuslavoristica italiana. Ormai l'art. 18 e tutto ciò che lo riguarda appaiono come un qualcosa di inspiegabile anche agli occhi dei molti welfaristi e socialisti olandesi o scandinavi. Un lusso di un paese che non vuole prendere atto che il mondo è cambiato e che rifiuta di accettare il fatto che, per conservare più posti di lavoro possibili e crearne molti nuovi, le imprese devono essere messe nella condizione di decidere e di agire nella gestione del capitale umano. Pena un'economia ristagnante, una bassa produttività, una protezione eccessiva a vantaggio di chi è meno produttivo e a svantaggio di chi potrebbe invece offrire molto.

    Attraversare una crisi tanto profonda con gli attuali vincoli del mercato del lavoro condanna senza appello la competitività italiana. I capitali esteri non arrivano e le imprese domestiche non possono riorganizzare con la necessaria profondità la loro struttura produttiva. Significa anche sprecare l'opportunità riformista offerta dalla crisi e continuare a illudersi che, nel mercato globale contemporaneo, esista la possibilità di stabilizzare per legge il lavoro. Vuol dire condannare la produttività a restare scarsa, perché un lavoratore il cui posto è contendibile è sicuramente più produttivo di uno «assicurato» dall'art. 18 e perché sono i lavoratori più giovani, quelli in Italia lasciati ai margini del mercato, che sanno e possono usare al meglio le nuove tecnologie, cioè quelle che accrescono la produttività media aziendale.

     Gli appelli ad affrontare l'emergenza lavoro si susseguono ogni giorno, ma la consapevolezza che l'anomalia legislativa italiana vada quasi rivoluzionata non c'è. Il risultato sarà una crescente disoccupazione di massa con imprese costrette a chiudere per andare all'estero a produrre, come ha appena annunciato la Natuzzi, perché impossibilitate a sani licenziamenti domestici.

 

 

Da LA NOTIZIA del 19 Giugno 2013

 

Quelle amicizie di Scopelliti che infittiscono il mistero

 

E nelle trame innescate dal maxiprocesso spuntano le strane frequentazioni andreottiane

 

    Dopo 23 anni riaffiorano i misteri del delitto del giudice Antonino Sco­pelliti. Perché la procu­ra di Reggio Calabria ha riaperto un fascicolo che sembrava chiuso con l'assoluzione della Cupo­la di Cosa Nostra?

    Quando fu ucciso, il sostituto procu­ratore generale in Cassazione, stava lavorando al rigetto dei ricorsi dei boss condannati nel maxiprocesso a Cosa Nostra tra cui Totò Riina, i fra­telli Graviano e Bernardo Provenza­no. Il destino vuole che a motivare il rinvio a giudizio dei boss per l'omi­cidio Scopelliti, fu il giudice Alberto Cisterna. Ancora lui. Quel magistra­to a cui le dichiarazioni del pentito Nino "il nano" Lo Giudice, due anni fa, bloccarono la carriera. Un pen­tito che risulta irreperibile da setti­mane e che in un memoriale ritratta tutto e accusa "la-cricca inquisito­ria" di magistrati e investigatori di averlo forzato ad incolpare degli in­nocenti. Fortunatamente, però, le dichiarazioni del "nano", per quel che riguarda Cisterna, non hanno mai trovato riscontri.

Le dichiarazioni del "nano"

Ma già nel 1993 Alberto Cisterna si dimostrava un giudice meticoloso e forse un pò fastidioso. Nel decre­to Cisterna ricostruisce alcuni "dati certi" e afferma che: "Antonino Sco­pelliti si offrì volontariamente a so­stenere (da solo) la pubblica accusa dinanzi alla Cassazione. Cosa lo ab­bia motivato è una delle incognite che il processo non ha disvelato." Evidenzia come "di grande rilevan­za" fosse il timore per la sua incolu­

mità che il giudice dimostrava pochi giorni prima del suo omicidio. "Ap­pare inquietante - continua Alberto Cisterna- come egli non abbia preso alcun serio accorgimento, affron­tando ineluttabilmente il suo desti­no."

Il panico

A confermarne lo stato "di vero pa­nico" sono le dichiarazioni della so­rella Antonietta, dell'ex moglie e di altre due amiche del giudice.

    "Le causali del delitto in via esclusi­va e/o concorrente - scrive Cisterna - sono da ricondurre al maxiproces­so alla Cupola".

     La ricostruzione della Procura Ma più in là evidenzia come "vada precisato che la ricostruzione del­la procura non appare del tutto persuasiva nell'individuazione del­la causa dell'omicidio". Secondo il giovane giudice "restava in ombra il sofisticato meccanismo per cui la morte del giudice avrebbe potu­to influire sulla sorte del giudizio". Ma quel che colpisce ancor di più è l'invito di Cisterna ad approfondire alcuni rapporti e conoscenze di Sco­pelliti: "Le pretese amicizie masso­niche che il dr. Scopelliti avrebbe vantato, così come quelle con am­bienti politici romani vicini alla corrente di Giulio Andreotti, con l'on. Fumagalli Carulli, il dr. Antonucci e l'on. Vi­talone."

    Corrente che sarà colpita pochi mesi dopo proprio con l'uccisione di Salvo Lima, esponente andreot­tiano in Sicilia. Cisterna in­vita ad effettuare un atten­to controllo su quei fatti: "laddove si abbia riguardo la comune causale dei due omicidi, destinati entram­bi anche se con prospetti­ve del tutto difformi, a re­alizzare le strategie di Cosa Nostra sul maxiprocesso in Cassazione."

Le domande

Il magistrato Cisterna già 2o anni fa sollevava interrogativi importanti ed invitava a seguire le piste della politica che arrivavano a Giulio Andreotti. Si è sempre rite­nuto che la 'ndrangheta della cosca De Stefano abbia fatto il "favore" di eliminare il giudice su richiesta del­la Cupola siciliana. Ma come mai proprio ora, sulla base delle dichia­razioni del pentito Nino Fiume, vici­no ai De Stefano, il pm reggino Giu­seppe Lombardo ha riaperto quei faldoni impolverati?

 

 

Da Il Fatto Quotidiano del 19 Giugno 2013

 

Il ministro Idem si fa una palestra al posto della casa

 

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DEL M5S SU ICI NON PAGATA E STRANI CAMBI DI RESIDENZA

 

Di Martina Castigliani

     Per il Movimento 5 Stelle, che oggi presenterà un’interrogazione parlamentare, ci sono pochi dubbi. Se i fatti sono veri, visto che Josefa Idem è tedesca, dovrebbe seguire l’esempio dei ministri suoi connazionali che per una semplice tesi di laurea copiata lasciano la poltrona e si dimettono. Anche perchè qui in ballo non c’è una storia di gioventù. C’è un’Ici non pagata per tre anni e ci sono irregolarità edilizie: una palestra per il fitness censita come abitazione e ristrutturazioni senza autorizzazione.

    Il caso scoppia a Ravenna, città di residenza dell’ex campionessa di canoa, dove fino al 4 febbraio 2013 la neoresponsabile del dicastero delle Pari opportunità dichiara di abitare in via Carraia Bezzi n.104, nella frazione di Santerno, anche se il marito e la sua famiglia sono residenti a pochi metri di distanza, in via Argine Destro Lamone n.23. Una doppia residenza che, secondo i documenti del Comune che IlFat  toQuotidiano.it   ha potuto consultare, ha un risultato importante: “i coniugi non hanno corrisposto l’Ici per gli anni 2008 al 2011 fruendo dell’esenzione prevista per legge”. Un bel problema per chi aspira a fare politica. Così il 4 febbraio, pochi giorni dopo l’annuncio della sua candidatura nelle file del Pd, Josefa Idem sposta la residenza nella casa del marito. E solo il 5 giugno 2013, si mette in regola con l’Imu, grazie a “un versamento a titolo di ravvedimento operoso” per l’edificio di via Bezzi, fino al febbraio precedente considerato la prima casa e all’improvviso diventato “altra abitazione”. In via Bezzi i coniugi vivevano in un piccolo appartamento fino al 2008, poi il trasferimento, ma a cambiare residenza era stato solo il marito. “Una dimenticanza”, ha ammesso Guerrini parlando con la stampa locale. Ma la storia non si chiude qui. Ed è ancora più scivolosa, assai poco tedesca e molto italiana. Di mezzo infatti c’è anche la palestra denominata “Jajo gym”, che ha come sede proprio quella che secondo la burocrazia doveva invece essere la prima casa per la Idem.

   UNA STANZA con qualche attrezzo personale? No, la palestra di via Bezzi è un’attività commerciale a tutti gli effetti, con macchinari e corsi “per combattere lo stress, scacciare l’ansia e le preoccupazioni”, come si legge sulla pagina Facebook promozionale. E secondo gli accertamenti disposti dal Comune di Ravenna, presenta alcune irregolarità. Il problema sono i locali indicati come “sala attrezzi, taverna soggiorno, studio e servizi igienici con spogliatoio” tutti al serivizio di Jajo gym, società sportiva dilettantistica. Secondo i documenti ufficiali, l’unità immobiliare è unica e ed è censita, anche catastalmente, come abitazione. Problematiche, si legge in un “accertamento di illecito” dell’ 11 giugno, sono pure “alcune macchine di condizionamento e canalette vicino alla tettoia” che non sono segnalate. I geometri del Comune dopo un sopralluogo dicono che “non risulta la conformità edilizia e l’agibilità della struttura”. C’è stato un restauro in assenza di Segnalazione certificata di inizio attività (Scia). Fatti imbarazzanti che, come riportano i documenti del Comune, hanno spinto “la proprietà a mettersi in contatto con gli uffici per dichiararsi disponibili a presentare apposita istanza in sanatoria”.

   I primi a sollevare il caso erano stati i giornali locali, con la Voce di Romagna che aveva rivelato la storia delle due case della campionessa partendo dagli elenchi elettorali del territorio. Poi erano arrivate le interrogazioni del Pdl e del M5S al sindaco Pd Fabrizio Matteucci. E i controlli anagrafici, rimasti per giorni segreti. “Gli accertamenti”, aveva dichiarato ai giornalisti un imbarazzato Matteucci, “erano già stati autonomamento avviati dagli uffici competenti”. E per il momento, “non vengono divulgati perché, come in tutti i casi simili, l’azione dell’Amministrazione e degli uffici competenti è ispirata ai principi dell’imparzialità e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge”. Il consigliere Pietro Vandini, capogruppo dei 5 Stelle in Consiglio a Ravenna, ha però scritto pubblicamente alla sua concittadina: “Visto l’importante ruolo che ricopre, non ritiene necessario fare luce circa le notizie emerse? Se non fosse così, mi autorizza a divulgare gli atti? Se risultassero irregolarità sarebbe pronta a dare le dimissioni?”. Questa mattina in Senato sarà la volta del capogruppo Nicola Morra, che depositerà un’interrogazione sulla questione. Il parlamentare chiede spiegazioni, sul piano etico e si augura che tutto “sia uno spiacevole equivoco”. Ora tocca alla ministra chiarire.

 

 

Da Il Fatto Quotidiano del 18 Giugno 2013

 

Giovanni Sartori

 

"Ho criticato la Kyenge,

il mio pezzo è finito a pag 28"

 

Di Beatrice Borromeo e Carlo Tecce

    Il professor Giovanni Sartori, ieri sul Corriere, ha dedicato un commento argomentato (e altrettanto acuminato) al mini­stro per l'Integrazione Kyenge per mettere in discussione le sue competenze mentre affronta te­mi delicati come la cittadinanza italiana per ius soli. Nel pome­riggio, intervistato a La Zanzara, Sartori ha denunciato: "Se mi avessero detto che avrebbero ri­mosso il mio articolo in quel modo lo avrei ritirato, com'è previsto dagli accordi. Al Corrie­re si sono comportati in modo scorretto e offensivo, mi hanno fatto una cosa che mi ha indi­gnato senza dirmelo". Il profes­sore ha aggiunto che chiederà spiegazioni e non esclude di po­ter interrompere la collabora­zione con il quotidiano. Da via Solferino nessun commento uf­ficiale, forse risponderà il direttore Ferruccio de Bortoli, e co­munque si sottolinea che l'arti­colo di Sartori, pubblicato in prima pagina, non è stato cen­surato. Si fa notare, inoltre, che i toni non erano per niente mor­bidi con il ministro, forse que­sto spiega la collocazione non come pezzo di fondo, corri­spondente alla linea editoriale. Scrive Sartori: "Nata in Congo, si è laureata in Italia in Medi­cina e si è specializzata in Ocu­listica. Cosa ne sa di "integrazione", di ius soli e correlativa­mente di ius songuinis? La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese 'meticcio'. Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e sco­prirà che meticcio significa per­sona nata da genitore di razze (etnie) diverse".

Professore, che è successo?

So solo che la decisione di spo­stare un fondo spetta al diretto­re o al suo vice. Noto anche che non c'era alcuna fretta di pub­blicare il mio articolo, dato che il problema dello ius soli, per quanto gravissimo, non scade. Avrebbero potuto tenerlo a ba­gnomaria anche per una setti­mana, invece hanno deciso di massacrarlo.

Il ministro Kyenge è stata vitti­ma di violenti attacchi razzisti. Pensa che la decisione di confi­nare le sue critiche a pagina 28 abbia motivi politici?

Liquidare la questione richia­mando il razzismo è un artificio polemico scorretto. lo sono uno studioso, ho scritto due libri sull'argomento, mentre la mi­nistra è un'oculista. Dice solo sciocchezze, stia zitta e si faccia scrivere i testi da Livia Turco, che poi è la sua ispiratrice oc­culta. I miei sono giudizi di me­rito, il razzismo che c'entra? Se il direttore si è fatto questo scru­polo, colpa sua.

Le hanno dato spiegazioni?

No, nessuno mi ha chiamato. E anche io ho evitato di telefona­re: certe decisioni vanno prese a freddo. Era successo altre volte che spostassero i miei fondi nel­la pagina dei commenti, però solo dopo che avevo dato la mia autorizzazione. E quando non ero d'accordo ritiravo l'articolo. Questi, da 20 anni, erano i pat­ti.

Potrebbe davvero lasciare il Corriere per questo episodio?

Sì, ci sto riflettendo seriamente. Il fatto è che finora avevo sem­pre avuto totale libertà.

 

 

Giustizia al senato

 

L'anticorruzione può attendere

 

     La giustizia dell'inciucio non lascia speranze. In un'intervista a RepubbGta la guardasigilli Cancellieri am­mette: "La norma anticorru­zione non è una priorità, ci so­no problemi più importanti che attendono da 30 anni". Le larghe intese dell'oblio si materializzano poi a Palazzo Giu­stiniani, a Roma, dove si pre­senta il libro dell'udc Michele Vietti, vicepresidente del Csm. Titolo: "Facciamo giustizia". A fare gli onori di casa c'è il presidente del Senato Grasso, che annuncia: "Bisogna rimo­dulare la prescrizione". La pre­scrizione sì, L'anticorruzione no. Il viatico migliore per "il confronto costruttivo" che au­spica Grasso. Intanto il decre­to carceri e slittato ancora.

 

 

Da Il Giornale del 19 Giugno 2013

 

La vicenda

 

Sesso e doni, altro scandalo in Comune

 

Di Fabrizio Boschi

    Firenze Ieri ha acceso i riflettori Pitti Uomo. Ma ai fiorentini dei trend maschili per il prossimo inverno interessa ben poco. Gli occhi sono tutti puntati sulle quattromila pagine di intercettazioni telefoniche che farciscono l'inchiesta «Bella vita» della procura di Firenze e che vede 14 indagati per favoreggiamento della prostituzione e 142 escort che se la spassavano in due alberghi di lusso con nomi eccellenti della Firenze bene, politici compresi.

    Scava scava sono venuti a galla nuovi filoni di indagine che mettono in imbarazzo l'amministrazione retta dal sindaco-rottamatore, Matteo Renzi. Al centro ancora la bella romena 42enne, Adriana, capelli lunghi neri corvino, sorpresa nel 2012 a fare sesso con un dirigente del Comune, nella sala riunioni dell'assessorato alla Mobilità. Adriana (già dai tempi in cui sfilava sulle passerelle della moda) è amica intima dell'ex assessore Pd al Traffico e alla Mobilità, Massimo Mattei, che la scorsa settimana si è improvvisamente dimesso (29 giorni dopo che l'inchiesta è venuta fuori), ufficialmente per problemi di salute. Lui stesso ammette: «Era mia amica da circa dieci anni. Tutto qua. Ne erano a conoscenza tutti: collaboratori, amici e familiari». Dalle intercettazioni risulta che la donna è stata dipendente del Consorzio di cooperative «Il Borro» di cui Mattei è stato socio costituente nel 2007 e presidente fino al giugno 2012 e di altre sue aziende. La romena si occupava di cure domiciliari (il consorzio è specializzato nell'assistenza agli anziani in residenze sanitarie e a domicilio).

     Non solo. Ad Adriana, che aveva detto di essere in difficoltà economiche, per qualche mese, dalla fine del 2011 al 2012, era stato messo a disposizione gratuitamente dalla coop, un alloggio nella zona di Firenze Sud. Un appartamento preso in affitto proprio da Mattei nel 2001. L'ex assessore ci ha vissuto per un periodo, prima di cederlo alla coop per infermieri e assistenti che arrivavano da fuori città.

     E ancora. Sempre dalle intercettazioni risulta che Adriana usasse quella casa anche per ricevere i clienti, fra i quali spiccherebbero personaggi noti della politica locale, sia di sinistra che di destra. La coop e lo stesso Mattei si difende dicendo che «nessuno di noi sapeva né poteva neppur sospettare che lei potesse fare un altro tipo di lavoro. Diversamente, pur senza dare alcun giudizio morale, l'uso dell'appartamento le sarebbe stato negato».

     Ma non è tutto. Fra i soci attuali della coop «Il Borro» compare Pilade Cantini, assunto a chiamata come capo segreteria dell'ex assessore alla Mobilità, Mattei. Revisore unico della coop, invece, è Sara Biagiotti, una delle responsabili della campagna elettorale per le primarie di Renzi, e attualmente assessore allo Sviluppo economico del Comune di Firenze. Il principino Renzi dice che il Comune è solo «parte lesa» in tutta questa brutta storia. Ma per ora di lesa pare esserci soltanto la sua maestà.

 

 

Da Il Messaggero Roma del 18 Giugno 2013

 

Giunta, i tecnici rallentano Marino

 

Verso il no di Legnini e Sinibaldi, il sindaco sceglierà tra i consiglieri

 

Di Fabio Rossi

CAMPIDOGLIO

    Giovanni Legnini si allontana, mentre potrebbe saltare anche la nomina di Marino Sinibaldi come assessore alla cultura, che ha diffi­coltà dovute al suo attuale lavoro a Radio 3. E Ignazio Marino fa una proposta ai partiti: presenterà au­tonomamente un'ipotesi di giun­ta, con tanto di consiglieri comu­nali al suo interno, che sarà poi va­gliata dalla coalizione di centrosi­nistra. Ieri il sindaco ha intensifi­cato contatti e incontri per com­pletare la squadra e avviare a pie­no regime la sua azione ammini­strativa. Il sindaco ha visto diversi neo consiglieri comunali, arrivati a Palazzo Senatorio per le prati­che di insediamento. Nel suo stu­dio, ma non per parlare di assesso­ri, sono arrivati prima Walter Vel­troni - a cui Marino ha riconsegna­to una vecchia tessera da parla­mentare che giaceva dal 2008 nei cassetti - poi Enrico Gasbarra, che si è fermato a parlare a lungo con il sindaco, il suo fedelissimo Ro­berto Tricarico ed Eugenio Pa­tanè, reggente del Pd romano. «Il Partito democratico garantisce al sindaco piena autonomia nel go­verno della città - spiega Gasbarra - e mette a disposizione le sue for­ze migliori, tra consiglieri comu­nali, parlamentari e personalità le­gate al nostro mondo».

I NODI DA SCIOGLIERE

Nell'esecutivo ci sarà un buon nu­mero di politici. Cinque dovrebbe­ro essere quelli del Pd: i nomi pos­sibili sono il popolare Mirko Co­retti (alle attività produttive o ai la­vori pubblici), uno zingarettiano da scegliere tra Enzo Foschi e Pao­lo Masini, la frenceschiniana Mi­chela Di Biase, un dalemiano (for­se Daniele Ozzimo) e una renzia­na. Quest'ultima potrebbe essere Lorenza Bonaccorsi, presa in con­siderazione da Marino come vice sindaco (lascerebbe il posto in Par­lamento a Marco Di Stefano), op­pure Valentina Grippo. A Sel po­trebbero andare due assessorati, con Luigi Nieri e Gemma Azuni in pole position. In caso di rinuncia definitiva di Sinibaldi, poi, a occu­parsi di cultura potrebbe essere Rita Paris, direttrice dell'Appia an­tica, eletta nella lista civica. Reste­rebbero da piazzare, probabilmen­te a tecnici, assessorati chiave co­me mobilità, ambiente e bilancio. Per quest'ultimo era stato scelto Legnini che, però, sembra inten­zionato a non lasciare il suo incari­co di sottosegretario alla Presiden­za del consiglio con delega all'Edi­toria, con la prospettiva di una possibile candidatura a governato­re dell'Abruzzo nel 2014.

IL MOSAICO DEL CONSIGLIO

Alle scelte di Marino sulla giunta sono collegate anche le nomine in consiglio comunale. Per la presi­denza dell'aula Giulio Cesare il no­me più adatto sembra quello di Co­retti, che già ha ricoperto questo ruolo durante il secondo mandato di Veltroni. Se l'esponente dei po­polari Pd dovesse diventare asses­sore, però, per quel posto entre­rebbero in lizza altri consiglieri comunali con esperienza in mate­ria: la scelta potrebbe ricadere su Fabrizio Panecaldo o, se non en­trasse in giunta, su Paolo Masini. Per il ruolo di capogruppo demo­crat, invece, il favorito è France­sco D'Ausilio. «Vorremmo l'istitu­zione della figura del coordinato­re di maggioranza - sottolinea Pa­tanè - È una figura già sperimenta­ta con Rutelli e Veltroni ed è tecni­camente molto importante». Qui potrebbe entrare in lizza anche Al­fredo Ferrari, che per le sue com­petenze viene indicato anche co­me possibile presidente della com­missione bilancio. Marino, nel frattempo, annuncia di volere nel­le riunioni di giunta un rappresen­tante dei quindici Municipi. Il suo ruolo? «D'interfaccia tra le scelte del sindaco e il territorio», e da co­prire a rotazione.

 

 

Da Il Messaggero del 18 Giugno 2013

 

Giunta, i tecnici rallentano Marino

 

Verso il no di Legnini e Sinibaldi, il sindaco sceglierà tra i consiglieri

 

Di Fabio Rossi

CAMPIDOGLIO

    Giovanni Legnini si allontana, mentre potrebbe saltare anche la nomina di Marino Sinibaldi come assessore alla cultura, che ha diffi­coltà dovute al suo attuale lavoro a Radio 3. E Ignazio Marino fa una proposta ai partiti: presenterà au­tonomamente un'ipotesi di giun­ta, con tanto di consiglieri comu­nali al suo interno, che sarà poi va­gliata dalla coalizione di centrosi­nistra. Ieri il sindaco ha intensifi­cato contatti e incontri per com­pletare la squadra e avviare a pie­no regime la sua azione ammini­strativa. Il sindaco ha visto diversi neo consiglieri comunali, arrivati a Palazzo Senatorio per le prati­che di insediamento. Nel suo stu­dio, ma non per parlare di assesso­ri, sono arrivati prima Walter Vel­troni - a cui Marino ha riconsegna­to una vecchia tessera da parla­mentare che giaceva dal 2008 nei cassetti - poi Enrico Gasbarra, che si è fermato a parlare a lungo con il sindaco, il suo fedelissimo Ro­berto Tricarico ed Eugenio Pa­tanè, reggente del Pd romano. «Il Partito democratico garantisce al sindaco piena autonomia nel go­verno della città - spiega Gasbarra - e mette a disposizione le sue for­ze migliori, tra consiglieri comu­nali, parlamentari e personalità le­gate al nostro mondo».

I NODI DA SCIOGLIERE

Nell'esecutivo ci sarà un buon nu­mero di politici. Cinque dovrebbe­ro essere quelli del Pd: i nomi pos­sibili sono il popolare Mirko Co­retti (alle attività produttive o ai la­vori pubblici), uno zingarettiano da scegliere tra Enzo Foschi e Pao­lo Masini, la frenceschiniana Mi­chela Di Biase, un dalemiano (for­se Daniele Ozzimo) e una renzia­na. Quest'ultima potrebbe essere Lorenza Bonaccorsi, presa in con­siderazione da Marino come vice sindaco (lascerebbe il posto in Par­lamento a Marco Di Stefano), op­pure Valentina Grippo. A Sel po­trebbero andare due assessorati, con Luigi Nieri e Gemma Azuni in pole position. In caso di rinuncia definitiva di Sinibaldi, poi, a occu­parsi di cultura potrebbe essere Rita Paris, direttrice dell'Appia an­tica, eletta nella lista civica. Reste­rebbero da piazzare, probabilmen­te a tecnici, assessorati chiave co­me mobilità, ambiente e bilancio. Per quest'ultimo era stato scelto Legnini che, però, sembra inten­zionato a non lasciare il suo incari­co di sottosegretario alla Presiden­za del consiglio con delega all'Edi­toria, con la prospettiva di una possibile candidatura a governato­re dell'Abruzzo nel 2014.

IL MOSAICO DEL CONSIGLIO

Alle scelte di Marino sulla giunta sono collegate anche le nomine in consiglio comunale. Per la presi­denza dell'aula Giulio Cesare il no­me più adatto sembra quello di Co­retti, che già ha ricoperto questo ruolo durante il secondo mandato di Veltroni. Se l'esponente dei po­polari Pd dovesse diventare asses­sore, però, per quel posto entre­rebbero in lizza altri consiglieri comunali con esperienza in mate­ria: la scelta potrebbe ricadere su Fabrizio Panecaldo o, se non en­trasse in giunta, su Paolo Masini. Per il ruolo di capogruppo demo­crat, invece, il favorito è France­sco D'Ausilio. «Vorremmo l'istitu­zione della figura del coordinato­re di maggioranza - sottolinea Pa­tanè - È una figura già sperimenta­ta con Rutelli e Veltroni ed è tecni­camente molto importante». Qui potrebbe entrare in lizza anche Al­fredo Ferrari, che per le sue com­petenze viene indicato anche co­me possibile presidente della com­missione bilancio. Marino, nel frattempo, annuncia di volere nel­le riunioni di giunta un rappresen­tante dei quindici Municipi. Il suo ruolo? «D'interfaccia tra le scelte del sindaco e il territorio», e da co­prire a rotazione.

 

 

Dal Corriere della Sera Roma del 18 Giugno 2013

 

Lo spoil system travolge

Nardi e Funari

 

Di Ernesto Menicucci

     E’ il primo atto dello spoil system che verrà. La vittoria di Ignazio Marino su Gianni Alemanno ha prodotto un effetto terremoto negli uffici del Campidoglio. Perché, con l'ex sindaco, sono decaduti anche tutti i dirigenti esterni da lui nominati, che ricoprivano anche incarichi importanti. E chi è rimasto, perché figura apicale interna all'amministrazione, è stato talmente legato (o legata) alla ex maggioranza che, per motivi politici, non può restare al suo vostro.

    È il caso, tanto per citare i due casi più importanti, di Giammario Nardi e di Lucia Funari. Il primo era il poten­tissimo vicecapo di gabinetto di Alemanno, il braccio operativo dell'amministrazione, recentemente «gratifica­to» con un incarico last minute: la presidenza della com­missione di collaudo della metro C, con un compenso di 500 mila euro. La seconda, la Funari, era prima dirigente al Patrimonio poi «promossa» in giunta - con la stessa delega - in omaggio alle quote rosa, con il passo indie­tro fatto da Alfredo Antoniozzi.

    Nel rassemblement deciso da Ignazio Marino, il primo atto firmato dal neosindaco lo scorso 14 giugno, due giorni dopo la sua proclamazione ufficiale, Nardi e Funa­ri sono stati «allontanati» fisicamente dal Campidoglio. Il primo è stato spedito a Porta Metronia, all'Arancera co­munale, sede del Dipartimento Ambiente e Protezione ci­vile. Il posto, lasciato libero da Tommaso Profeta, era va­cante e Marino ci ha destinato Nardi: lontano, il più lon­tano possibile, da Palazzo Senatorio.

     La Funari, invece, e stata mandata alle Periferie, uffici in via Petroselli, di fronte all'Anagrafe. Anche lei, che per oltre un anno si è seduta in giunta, nella sala degli Arazzi, a stretto contatto col sindaco, è fuori da Palazzo Senatorio. È il primo segnale di «discontinuità» rispetto al passato. L'ordinanza sindaca­le n. 129 ridisegna la struttu­ra organizzativa del Campido­glio, conferendo una serie di incarichi ad interim, con sca­denza il 15 settembre, «il tem­po strettamente necessario - si legge nel documento - per consentire alla nuova am­ministrazione di adottare le determinazioni che riterrà più opportune per la scelta delle professionalità, interne o esterne, alle quali affidare la direzione delle posizioni dirigenziali previste nella ma­crostruttura». Ad esempio, il vicecomandante dei Vigili Diego Porta va all'ufficio Sicurezza, dove era consulente Mario Mori. Al Macro va - al posto di Bartolomeo Pie­tromarchi - Giovanna Alberta Campitelli (che già si oc­cupa di ville e parchi storici), mentre alla Sovrintenden­za tocca a Claudio Parisi Presicce, direttore dei musei Ca­pitolini, sostituire per il momento Umberto Broccoli. Cambi anche al Cerimoniale, dove al posto di Francesco Piazza c'è Anna Maria Manzi, all'Ufficio stampa dove in attesa della nomina di Marco Girella il posto di Simone Turbolente viene ricoperto ad interim dall'«interna» Ro­saria Fattori, alle Risorse umane, all'Urbanistica (non c'è più Errico Stravato), alla Comunicazione (che era retta dal «politologo» di Alemanno Luigi Di Gregorio), allo Sport (dove c'era Bruno Campanile). Si cambia pagina, in attesa dei nuovi incarichi.

 

 

Da Il Tempo Roma del 19 Giugno 2013

 

Un negozio apre i battenti e tre chiudono

 

Appello al sindaco: faccia qualcosa per fermare la morìa. Duemila attività in meno entro il 2014

 

Di Damiana Verucci

    Un negozio aperto ogni tre chiusi nei primi quatto mesi di quest'anno. Di questo passo spariranno entro il 2014 ben 2 mila esercizi commerciali a Roma tra abbigliamento, alimentari, bar e ristoranti. È la triste previsione dell'Ufficio Studi della Confesercenti Roma e Lazio che ha contato le saracinesche definitivamente abbassate nella capitale da inizio anno ad oggi, pari a 1050 piccole aziende. Una dopo l'altra le attività al dettaglio stanno chiudendo schiacciate dalla crisi, senza l'ossigeno del credito, sopraffatte dall'abusivismo e dalla grande distribuzione. «Di questo passo - chiosa il presidente della Confesercenti provinciale Valter Giammaria - assisteremo alla desertificazione commerciale di Roma». I numeri parlano da soli. In Italia la distribuzione commerciale ha registrato la chiusura dall’inizio del 2013 di circa 21 mila imprese, per un saldo negativo di 12.750 unità. Se le cose non cambieranno, secondo la Confesercenti, alla fine del 2013 i negozi persi saranno 43 mila. Tra tutte le città spicca il risultato negativo di Roma, Capitale anche delle chiusure. Nel primo quadrimestre 790 negozi di vicinato hanno cessato definitivamente l'attività, vale a dire il 76,5% del totale degli esercizi persi nel Lazio. Ad oggi il dato sul saldo delle attività chiuse, al netto di quelle che hanno aperto, mostra che a Roma, nei primi cinque mesi dell'anno, sono scomparse per sempre circa 1050 piccole imprese: una media di 210 cessazioni di attività al mese. Preoccupante il futuro soprattutto per i negozi del settore moda, abbigliamento, calzature e accessori. Ma non se la passeranno bene neanche i comparti legati alla ristorazione e bar, nonostante la vocazione turistica della capitale.

     In particolare la Confesercenti ha previsto che 345 alimentari chiuderanno i battenti da qui al 2014 mentre il settore abbigliamento e calzature perderà per strada altre 820 attività. Balza agli occhi anche quello che potrebbe accadere a bar e ristoranti, fino ad oggi relativamente immuni alla crisi grazie soprattutto alla spesa dei turisti. Ebbene, secondo l'associazione di categoria, nel Lazio per i pubblici esercizi si passerà dalle attuali 37.193 aziende alle 35.936 con un saldo negativo tra aperture e chiusure di 1257 aziende. Solo a Roma il saldo imprenditoriale farebbe registrare un dato negativo per oltre 930 attività. «Il nuovo sindaco deve immediatamente mettersi al lavoro per fermare questa moria di piccole imprese - incalza Giammaria - fondamentali saranno infatti le politiche fiscali che il Governo e gli enti locali decideranno di mettere in campo. Ricordo che il commercio contribuisce in modo determinante alla crescita del Pil di questa città. Non possiamo più assistere inermi alla chiusura ogni anno di migliaia di aziende che non hanno altra alternativa che mandare a casa i propri dipendenti e tirare i remi in barca perché non hanno aiuti e si sentono sole».

     Se non dovesse esserci una brusca inversione di tendenza le previsioni sono quelle della totale scomparsa dei negozi di vicinato nell'arco dei prossimi dieci anni. Difficile, anche solo da immaginare.

 

 

La crisi morde ancora E gli esercenti restano pessimisti

 

    Le aspettative delle imprese di Roma e provincia, per il secondo quadrimestre 2013, restano negative. Questo il dato principale che emerge da un’indagine congiunturale su un campione di 702 imprese del territorio che ha come obiettivo quello di raccogliere e analizzare le previsioni sull’andamento delle principali variabili aziendali. Lo studio è curato da Asset Camera, Azienda speciale della Camera di Commercio di Roma, con la collaborazione tecnica della Luiss Business School e dell’istituto di ricerca SWG. Tra i pochi segnali positivi c’è la crescita, rispetto all’indagine congiunturale precedente, della quota di aziende che crede che il proprio fatturato interno rimarrà prevalentemente stazionario. Entrando nel dettaglio, il 40% delle imprese si aspetta una diminuzione del fatturato nel mercato interno, il 20% una “forte riduzione” e il 31% un andamento stabile. Il 60% delle imprese mantiene una visione negativa sull’andamento delle vendite, ma nell’indagine precedente tale percentuale superava il 70%. Circa il 20% delle imprese romane prevede una contrazione dei propri addetti a tempo indeterminato e questo riguarda nella stessa proporzione laureati, diplomati e non diplomati. Solo il 2% prevede un aumento del numero di addetti a tempo indeterminato. Scende al 16-17% la percentuale di imprese che prevede di ridurre il numero di addetti con contratti a termine, e sale a circa l’80% quelle che indicano stazionarietà. Il 63% delle imprese dichiara che non pensa di realizzare alcun tipo di nuovo investimento. Il comparto manifatturiero e il comparto dei servizi alla persona sono relativamente meno pessimisti riguardo le aspettative di nuovi investimenti. L’agricoltura è il comparto dove è nettamente più alta (il 73,5%) la percentuale delle aziende che nel prossimo futuro non intende investire. Tale percentuale è alta anche nelle imprese del comparto turistico (72,9%). Negativa è poi la visione sulle tre questioni cruciali della gestione finanziaria delle imprese: per la disponibilità di finanziamenti dalle banche il 61% dichiara un’aspettativa peggiore; la percentuale scende al 53% per il costo del debito con le banche mentre la riscossione dei crediti la percentuale è del 56%.

    Situazione economica generale e i principali fattori negativi che ostacolano l’impresa. Il principale ostacolo alla crescita è rappresentato dalla crescente contrazione del mercato interno (42,6% del campione); il continuo aumento dei costi di produzione è ancora una volta il secondo ostacolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIUGNOLUGLIO - AGOSTO - SETTEMBRE - OTTOBRE

 

 

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