Servizio segnalazione articoli

 

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.

 

 

 

Da La Stampa del 20 Marzo 2013

 

Il Quirinale, il piano B di Napolitano

Un governo di scopo che sia super partes

 

Se dovesse fallire il tentativo di Bersani, Il Presidente cercherà una soluzione per mantenere gli impegni con l’Ue

 

Di Antonella Rampino

     Parte oggi al Colle la corsa per il nuovo governo. In curva, e in versione lampo. Napolitano ci è abituato, sette consultazioni in sette anni, ma stavolta tutto è più difficile. I bookmaker di Londra danno Bersani premier a 1,8, ma si sa che è più facile arrivare a Downing Street che a palazzo Chigi. E quel che è invece certo è che al Quirinale partono oggi consultazioni-lampo: si chiuderanno domani alle 18, proprio con il match Napolitano-Bersani.

     Sarà un match perché il segretario del Pd, pur ripetendo come un mantra che la decisione spetta al presidente della Repubblica, punta con decisione a un mandato pieno. E il presidente della Repubblica, con la Costituzione in una mano e i risultati elettorali nell’altra, è assai meglio predisposto a cominciare da un pre-incarico. Vale a dire che il segretario del Pd dovrà esplorare le possibili alleanze perché la maggioranza relativa che le elezioni gli hanno consegnato in Senato diventi assoluta, così come è già alla Camera. Poi, dovrà riferire al Capo dello Stato. Che a sua volta, in ulteriori contatti con le forze politiche, verificherà la solidità del disegno di governo. Solo in quel caso il mandato a Bersani diventerebbe pieno, e il segretario potrebbe formare un governo e sottoporlo al voto di fiducia alle Camere. Diversamente, Napolitano non esporrebbe Bersani a un flop che nemmeno farebbe bene al Paese, poiché scalzerebbe Mario Monti da Palazzo Chigi, dov’è ancora a termine di Costituzione per il disbrigo degli affari correnti. 

     Non è un dettaglio perché tutto quel che prevede il voto di fiducia, anche se poi i numeri in Parlamento non dovessero esserci, comporta un mandato pieno: Monti, che a Palazzo Chigi è garanzia dell’Italia e dei suoi impegni con l’Europa, verrebbe scalzato da Bersani. Che si troverebbe così a gestire personalmente, tra le altre cose, il Paese verso le elezioni del presidente della Repubblica, procedura che è ragionevole prevedere possa avere inizio per il 20 di aprile. In caso di fallimento del tentativo Bersani, Napolitano tenterebbe la via di un governo di scopo, a termine - e che non si può chiamare «del presidente» solo perché Napolitano termina il proprio mandato il prossimo 15 maggio - da affidare a una personalità super partes con il fine di fare poche cose: garantire gli impegni internazionali, sbloccare i crediti alle imprese, rivedere il porcellum poiché, essendo nato in Italia un Terzo Polo, dalle urne rischia di replicarsi all’infinito il risultato di maggioranza relativa per un solo partito al Senato e la conseguente ingovernabilità che le ultime elezioni ci hanno consegnato. Tra queste personalità che il Capo dello Stato potrebbe individuare non può esserci Mario Monti, che essendo ormai un parlamentare d’ordinanza rappresenta una parte politica, Scelta Civica.

     Questi sembrano essere gli scenari più accreditati, il punto d’arrivo se si getta lo sguardo al percorso che si apre oggi. E tanto più per la complessa situazione politica, con l’Italia del bipolarismo muscolare passata a un tripolarismo nevrotico, molto è affidato ai colloqui del presidente della Repubblica. Appuntamenti con scansione crescente, superate le alte cariche dello Stato - e cioè Piero Grasso e Laura Boldrini - e il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi che dovrebbe salire però al Colle domani alle 12 e 15: i gruppi misti, la Sudtiroler, le Autonomie, i vendoliani di Sel, e infine a chiudere la giornata di oggi, i montiani. Domani si riparte alle 9 e mezza del mattino con i Cinque Stelle: è il clou per le telecamere, con i capigruppo che scortano nello Studio alla Vetrata addirittura Beppe Grillo. 

     Si aspettano network anche dal Giappone, data l’eco mediatica internazionale del «pericolo pubblico per l’euro», come lo definiscono i media anglosassoni (e non solo), agli italiani basterebbe invece sbirciare nel faccia-a-faccia con Napolitano, visto che Grillo non gli ha mai risparmiato critiche, riservandosi di riconoscerlo come «il mio presidente» solo quando in visita di Stato a Berlino Napolitano l’ha difeso da Steinbruek - lo sfidante della Merkel alle prossime politiche - che l’aveva definito «un clown». Gianroberto Casaleggio, secondo fonti parlamentari, non è mai stato del gruppo. Poi il Pdl e la Lega assieme. E infine, Bersani. A quel punto, la parola passerà a Napolitano che affiderà il mandato.

     Di certo, saranno ore febbrili. Più per i partiti che al Colle, dove si analizza, si discute e si riflette, in genere ma specialmente in questa fase. Il gioco non è un puzzle e nemmeno ruzzle, anche se la scelta delle parole conterà non poco, ma una partita a scacchi. Anche per questo forse i bookmaker rischiano. E non solo loro.

 

 

Da Il Tempo del 20 Marzo 2013

 

Il gioco di parole «utile» al Colle

 

Di Beniamino Caravita

     Il centro-sinistra, con una netta maggioranza alla Camera e una precaria maggioranza relativa al Senato, vuole un accordo con il Movimento 5Stelle, che però non vuole il Pd. Il centro-destra, che ha perso per pochi voti le elezioni, vuole l’accordo con il Pd, che a sua volta non vuole il Pdl. Il Presidente del Consiglio vuole uscire dal ruolo, ormai scomodo, in cui si sente congelato. Pdl e 5Stelle, pur avendo pezzi di elettorato e alcune posizioni in comune, non dialogano.

     Sel, Udc e Lega stanno defilati dietro i leader delle rispettive coalizioni per ridurre i danni di un risultato non brillante. Grillo non vuole allearsi con nessuno e mira al 100% dei voti. Se dalle consultazioni si confermerà questo quadro, a chi può dare l’incarico di formare il governo il Presidente della Repubblica?

     In via di diritto, la Costituzione si limita a far riferimento alla nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica, alla nomina dei Ministri, al giuramento del governo, alla fiducia delle due Camere. La scelta è dunque vincolata al conseguimento della fiducia parlamentare. Per raggiungere questo obiettivo, il Presidente della Repubblica consulta - necessariamente - i gruppi parlamentari. All’esito delle consultazioni attribuisce - oralmente e senza formalità - l’incarico di formazione del governo a colui che può raccogliere una maggioranza. L’incarico viene solitamente accettato con riserva (di rinunziare) e, sciolta la riserva, l’incaricato viene nominato. Nel caso di dubbi sulla possibilità di creare una maggioranza, il Presidente attribuisce un pre-incarico o un mandato esplorativo, strumenti che obbligano l’incaricato a riferire i risultati al Quirinale.

     Se il centro-sinistra insiste nella indicazione del segretario del Pd e non individua da subito un nome, pur di area, in grado di aggregare una maggioranza più ampia, il Presidente non può dare l’incarico, in prima battuta, ad un nome diverso. Ma il leader del centro-sinistra non ha, al momento, una maggioranza sicura al Senato e presumibilmente questa situazione verrà confermata anche durante le consultazioni. Dunque, il Presidente non può dare nemmeno un incarico «pieno», perché questa formula - secondo una concezione tradizionale - condurrebbe, sciolta la riserva, alla nomina, al giuramento, all’ingresso nelle funzioni e infine alla presentazione - al buio - del Governo davanti alle Camere. E se il nominato non riceve la fiducia, il nuovo Capo dello Stato - non l’attuale, in scadenza e quindi impossibilitato a farlo - non potrebbe far altro che sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, alle quali si arriverebbe con il nuovo Governo, pur privo di fiducia. Ma nello stesso tempo è vero che un blando preincarico al segretario del Pd ridurrebbe le sue chances di successo finale. Anche il cosiddetto «mandato esplorativo» a una personalità istituzionale indebolirebbe il leader dello schieramento di maggioranza e probabilmente non farebbe altro che confermare i risultati delle consultazioni presidenziali.

     L’incarico, tuttavia, non è previsto in Costituzione, e non è nemmeno disciplinato da una vera e propria consuetudine, ma solo da prassi; è dunque uno strumento elastico e flessibile, che può essere rimodellato - e in effetti lo è stato - dalle concrete esigenze. Si potrebbe allora pensare che il Capo dello Stato chieda a Bersani di riservarsi di accettare l’incarico invece che di accettare con riserva. Secondo quest’ultimo schema il Presidente della Repubblica rimarrebbe infatti escluso da ogni valutazione finale sulla nomina nel caso di scioglimento positivo della riserva; secondo il primo schema, invece, la definitiva accettazione dell’incarico e la conseguente nomina rimarrebbero subordinate ad una ulteriore valutazione della situazione con il Presidente della Repubblica all’esito delle consultazioni svolte dall’incaricato (che potrebbe scendere in maggiori dettagli programmatici e di organizzazione del governo). In caso positivo (ma è sufficiente la prospettazione dell’esistenza di qualche senatore in piu favorevole al Governo o occorrono precisi atti politici?) l’incaricato verrebbe nominato. In caso negativo, il Presidente potrebbe ancora svolgere un secondo giro di consultazioni, individuando un nome per una soluzione istituzionale e di garanzia. Nonostante le apparenze, non è solo un gioco di parole.

 

 

Da Italia Oggi del 20 Marzo 2013

 

I seguaci del sindaco di Firenze stanno scalpitando in vista delle inevitabili primarie del Pd

 

Odore di elezioni per i renziani

 

Gli uomini di Bersani sono messi sotto schiaffo dovunque

 

Di Giorgio Ponziano 

     Renziani all'attacco. Sentono odore di nuove elezioni e vogliono spazio all'interno del partito. Pier Luigi Bersani cammina sul filo e difficilmente riuscirà a raggiungere la mèta. Perciò i seguaci del sindaco di Firenze scalpitano, in ballo c'è la vittoria alle prossime primarie e il nuovo governo.

     Risultati scontati, o quasi. Meglio comunque mettere le mani avanti, anche terremotando il mondo pidiessino. Com'è successo a Modena, dove la giunta comunale si è salvata per un solo voto su un documento fondamentale come il piano strutturale comunale. Agli esponenti di Sel, alleati del Pd nella giunta, che hanno votato contro si sono infatti aggiunti i due renziani in consiglio comunale che si sono astenuti con uno strappo clamoroso verso il sindaco Pd e facendo quasi andare in frantumi il governo locale. Come dire: il Pd è avvisato, adesso vogliamo contare.

     I renziani chiedono garanzie anche per la prossima (a maggio) infornata di sindaci. Per esempio a Imperia reclamano le primarie: «ma primarie aperte, anzi apertissime», dice il portavoce renziano, Alessandro Mangini, «perchè crediamo nel valore della partecipazione piuttosto che la ricerca di salvaguardare posizioni di potere». Mentre a Torino, dove nacquero i primi comitati pro-Renzi d'Italia, è sorta l'associazione «Adesso!Torino», coordinata da Davide Ricca «con l'obiettivo di non disperdere il patrimonio politico creatosi durante la campagna elettorale interna alla coalizione». Ad essa si affianca un blog collettivo, che conta adesioni in tutta Italia, con la testata «Ateniesi» e idee assai chiare: «Sconfitta. Non esiste un'altra parola per definire il risultato elettorale del centrosinistra e del partito democratico alle elezioni politiche, provocata dalla folle scelta di non fare campagna elettorale».

     Gli uomini di Bersani sono sotto accusa anche a Matera: «c'è la totale assenza di qualunque proposta innovativa», scrivono i renziani, «che possa scongiurare il pericolo di nuovi e più devastanti esiti elettorali per il Pd già nelle prossime competizioni elettorali». Il tutto mentre, sostengono a Matera: «in tanti stanno abbandonando il Pd».

     Se poi a Parma c'è un sindaco 5stelle i renziani non hanno dubbi: è colpa della nomenclatura legata al segretario nazionale: «Il partito democratico», dice il leader renziano parmense, Meuccio Berselli, «deve riflettere e agire per evitare che Grillo possa conquistare altri voti tramite una campagna di protesta, che agli occhi dei cittadini sa di nuovo. Dobbiamo subito dare un segnale di cambiamento e come renziano penso che nel Pd ci siano già i semi da far crescere».

     Matteo Renzi ripete di non volere pugnalare alle spalle Bersani. Ma il panorama politico sembra virare verso le elezioni e guai a stare fermi, bisognerà mietere voti, tanti voti, senza avere i lacci e lacciuoli della burocrazia pidiessina, come scrivono i renziani di Lamezia: «Il Partito democratico deve ripartire dalle intuizioni delle primarie del 25 novembre, smarrite purtroppo in una campagna elettorale che ha dilapidato l'interesse e la partecipazione suscitati allora nell'opinione pubblica».

     Clima renziano anche a Cesena, dove è il sindaco a scrivere al suo compagno, segretario di partito, Bersani. Bene il lavoro, annota il sindaco Paolo Lucchi, ma bisogna eliminare anche il finanziamento pubblico: «quel sentimento di mal sopportazione verso una spesa pubblica considerevole e non più equa va ascoltato con urgenza. È necessario dare un segnale forte agli italiani: eliminiamo il finanziamento pubblico ai partiti e facciamolo subito».

    C'è chi va giù ancora più duro ed è il neodeputato Davide Faraone: «il partito democratico siciliano è un partito di pazzi. Nella passata legislatura all'Ars siamo stati l'unico gruppo parlamentare a presentare una mozione per l'abolizione delle province. Siamo andati sotto, ma abbiamo costretto l'aula a votare la mozione. In questa legislatura Rosario Crocetta, «nostro» presidente, indice le elezioni provinciali, dimenticandosi dell'abolizione, salvo poi fare un passo indietro su proposta dei grillini. Il saldo di questa operazione è Pd -100, M5S +100. Poi ci chiediamo come mai perdiamo le elezioni e come mai il movimento 5 stelle è primo partito in Sicilia».

     Ma il tamtam renziano sul rinnovamento del partito e sull'organizzazione che deve diventare leggera anche in quelle regioni in cui la tradizione ha creato strutture articolate e costose sta già producendo decisioni impreviste come quella del segretario bolognese Pd che annuncia: basta col segretario funzionario e pagato dal partito, mi trovo un lavoro e non peserò più sulle casse pidiessine. «Penso che sia necessario costruirsi una traiettoria professionale», dice il segretario bersaniano Raffaele Donini, «perché la politica non deve diventare un mestiere, un lavoro, dev'essere una parentesi magari anche lunga della propria vita». L'esempio ha lasciato di stucco la nomenclatura e ricevuto il plauso dei renziani. Su tutti, Piergiorgio Ricciardello, presidente dell'assemblea Pd: «avere una professione a cui tornare è una garanzia per essere liberi dai condizionamenti quando si fa politica».

     Donini ha rinunciato allo stipendio del partito ed è diventato direttore di Radio International, un'emittente che trasmette soprattutto musica: «gli spazi d'informazione e politici- dice- sono affidati a un redattore, in modo che non vi siano conflitti fino a che resterò segretario Pd». È lieto del consenso dei renziani però si toglie un sassolino dalla scarpa: «Rimango con Bersani, non ho ansie di riposizionamento all'interno del Pd».

    Insomma, niente corsa sulla carrozza, come fanno in tanti, del probabile futuro vincitore. Anche se ha imbroccato la strada del partito light e assicura che «si può vivere pure senza finanziamento pubblico».

 

 

Da La Stampa del 20 Marzo 2013

 

Il Pd sceglie Speranza

ma 84 dicono no col voto segreto

 

Bersani sul nuovo capogruppo: “Giovane di lungo corso”

 

Di Fabio Martini

     Dopo anni e anni di chiusura, l’hanno riaperta da poco la suggestiva Auletta dei Gruppi parlamentari - là dove Aldo Moro pronunciò il suo ultimo, storico discorso - ed è proprio lì che Pier Luigi Bersani presenta la sua «creatura», Roberto Speranza, ai trecento deputati del Pd. A sorpresa è lui il prescelto per guidare il gruppo della Camera: un ragazzo di 34 anni, alla prima legislatura, un cursus honorum tutto nella sua Basilicata, tra partito e assessorato a Potenza. Dice Bersani che «Speranza è un giovane di lungo corso» e per incoraggiarlo propone ai suoi di votare «per acclamazione», salvo che non ci siano «diversi pareri». Proposta salutata da un battimani tiepido ed è in quel momento che si consuma lo strappo: Luigi Bobba, già segretario delle Acli, obietta: «Se ci lamentiamo con Grillo e con la sua disinvoltura con le regole della democrazia, allora dobbiamo essere rigorosi. Nel passato abbiamo sempre votato a scrutinio segreto, così prevede il nostro statuto...». A quel punto si erge Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil: «Scusa, ma al Senato Zanda è stato proclamato per acclamazione...». Di nuovo Bobba: «Ma lì, la candidatura era appoggiata da 70 firme su 109, è diverso...». Enrico Letta chiude la discussione e conviene sul rispetto delle regole si voti a scrutinio segreto. Il responso è eloquente: Speranza è eletto con 200 voti, ma le bianche, nulle e disperse arrivano a quota 84: in altre parole il 29% dei deputati non ha votato per il capogruppo indicato dal segretario del partito.

     Una quota di dissenso decisamente significativa in un partito ordinato come il Pd, un segnale per Bersani alla vigilia delle consultazioni, ma anche in vista delle votazioni segrete per il Quirinale, da decenni l’occasione per imboscate intestine. Qualche minuto più tardi, uscendo dalla blindatissima Auletta Bersani mostra di non accusare il colpo e chiosa così: «Stiamo cercando di far girare la ruota, Al Senato abbiamo eletto una personalità di grande esperienza come Luigi Zanda e alla Camera uno dei più giovani capigruppo della storia del Paese». Scelta hard, quella di Speranza. Dettata anzitutto da un rifiuto: quello di Dario Franceschini. Dopo aver vissuto con stile la preferenza accordata a Laura Boldrini per la presidenza della Camera, Franceschini ha chiesto a Bersani di non insistere per confermarlo alla presidenza del Gruppo di Montecitorio, per fugare in anticipo le critiche di un attaccamento alla poltrona. E a quel punto Bersani ha immaginato di sparigliare. Scegliendo un personaggio che rispondesse a due caratteristiche: la fedeltà assoluta e un profilo talmente innovativo da poter tenere il passo con la rivoluzione generazionale del Cinque Stelle. Due caratteristiche che hanno prodotto diffusi mal di pancia.

     Nelle ultime ore avevano preso quota due candidature della generazione di «mezzo», quella dei quarantenni: il ligure Andrea Orlando, 44 anni, terza legislatura, ex Ds, area «giovani turchi»; il pugliese Francesco Boccia, 45 anni, seconda legislatura ex Margherita, area Enrico Letta. Entrambi con l’esperienza «giusta» per poter affrontare una esperienza “tosta” come quella di capogruppo alla Camera che, nei partiti “antenati” del Pd erano stati occupati, tra gli altri, da personaggi come Luciano Violante e Pier Luigi Castagnetti. 

     Nella scelta di Speranza ha giocato anche l’esigenza di non premiare eccessivamente l’area di sinistra dei «giovani turchi» guidati da Matteo Orfini, efficaci promotori dell’istanza rinnovatrice che ha portato al primo stop di Franceschini e Finocchiaro. Gli 84 franchi tiratori? Le facce e le mezze parole di tanti all’uscita dall’Auletta «parlavano» di un dissenso presente in tutte le aree del partito.

 

 

"Pronta a fare il questore

Vivo mangiando bilanci"

 

Laura Castelli (M55): "Solo noi siamo contro il sistema"

 

Di A. Mala.

     Cittadina Laura Castelli, toccherà a lei scartare le caramelle?

«Parliamo del famoso dialo­go tra Dini e Pisanu? Quello in cui dicevano: se i grillini avranno un questore rende­ranno pubblici i costi di qualsiasi cosa qui dentro, caramelle comprese?».

Esatto.

«Beh, allora sì. Almeno que­sta è l'indicazione del MoVi­mento. Ora bisognerà capi­re come si comporteranno gli altri partiti».

Laura Boldrini, presidente della Camera, ha detto apertamente che quel ruo­lo spetterebbe a voi.

«Allora svengo. E stanot­te non dormo, sicuro. Nel suo discorso di insedia­mento - splendido, per al­tro - la Boldrini ha detto di voler rimettere il Parla­mento al centro. Ha evo­cato la buona politica. Speravamo che alle parole seguissero i fatti. Aspettia­mo il voto per dire che il primo passo è fatto. Ancora non mi fido».

Torno alle caramelle. Che co­sa si aspetta di trovare tra le carte?

«Un po' di tutto. Il dolce e il salato. Gli altri partiti han­no paura di noi. Forse hanno ragione. Siamo maniaci della trasparenza. E poi se due per­sonaggi del calibro di Dini e Pisani si pre­occupano tanto, può darsi che nemmeno noi oggi sia­mo in grado di immaginare di che cosa stiamo parlan­do. Certe affermazioni sca­tenano la fantasia. E anche se a noi piace stare con i pie­di per terra ci stanno dicen­do che il dolce è davvero strepitoso».

Perché la scelta è caduta su di lei?

«Io ho dato la mia disponibili­tà. Poi mi sono sottoposta alla graticola».

La graticola?

«Domande aperte per testare le nostre competenze. Una volta fatta la verifica si vota». A lei che cosa hanno chie­sto?

«Un ragazzo voleva sapere quali obiettivi avevo rag­giunto nella mia carriera personale».

Che cosa gli ha risposto?

«Che vivo mangiando bi­lanci. È la mia storia. La mia passione. Ho racconta­to la mia esperienza alla Regione Piemonte. Lì, con un grande lavoro di grup­po, abbiamo tirato fuori molta roba. A partire dagli affidamenti di­retti per finire ai grandi casi di mal utilizzo di soldi pubbli­ci. Il famoso si­stema Torino. Ma più in generale il siste­ma bipartisan che imper­versa da venti anni. Un meccanismo che soltanto una forza nuova, senza le­gami con le lobby, può scardinare».

Voi o nessuno?

«Noi. Altrimenti le probabili­tà di cambiare strada sono prossime allo zero».   

 

 

Da Il Fatto Quotidiano del 20 Marzo 2013

 

"DIETA" PARLAMENTARE: NO A RIMBORSI FORFETTARI

E DOPPIE ORE DI LAVORO

 

I PRESIDENTI DI CAMERA E SENATO, BOLDRINI E GRASSO, SPIEGANO: "VORREMMO PROPORRE LA GIUSTIFICAZIONE DELLE SPESE".

 

E INOLTRE SI RIDURRANNO DEL 30 PER CENTO IL LORO COMPENSO

 

Di Emiliano Liuzzi

     Il taglio è consistente. E arri­vato con una decisione ma­turata nell'arco di mezza giornata: i presidenti di Ca mera e del Senato, Grasso e Boldrini, si ridurranno del 30 per cento il loro compenso.

    Uno stipendio che per il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, passa da 13.500 euro netti al mese a 9.450 e per Boldrini (Came­ra) da 15 mila netti scende a 10.500. La stessa riduzione sarà proposta al­la Giunta competente, per tutti quelli che godono di un'indennità di ufficio e dì altre attribuzioni attual­mente previste, alcune delle quali potrebbero essere del tutto soppres­se, quali ad esempio i fondi per spese di rappresentanza.

     Ma non è tutto: la riduzione - che parte dal trenta per cento con l'o­biettivo di arrivare al cinquanta - sa­rà inoltre applicata alle dotazioni delle segreterie particolari degli stessi titolari delle cariche istituzio­nali.

NELLE INTENZIONI: ulteriori tagli arriveranno ai parlamentari. "Spari­scono", spiega il capogruppo del Movimento 5 stelle al Senato, Vito Crimi, anche le spese forfettarie, co­me quella voce che prevedeva, senza nessuna rendicontazione, 3.200 eu­ro a ogni singolo parlamentare per il taxi, quasi quattromila per il telefo­no, le spese per i fax e altri accessori. Da oggi dovranno portare le ricevu­te: dal forfait passeremo al piè di li­sta". Per dovere di trasparenza ver­ranno inoltre pubblicati sui siti in­ternet delle rispettive amministra­zioni i dati di tutte le consulenze. Sa­rà poi chiesto ai dipendenti delle Ca­mere, in servizio e in pensione, di usare la stessa sensibilità e disponi­bilità, dando concreti segnali di con­tenimento dei costì: un tema che sarà presto oggetto di dialogo con ì sin­dacati.

     Taglio deciso con relativa facilità, di­cono i parlamentari del Movimento 5 stelle, che è l'inizio di un lungo cammino su quel capitolo che ri­guarda i costi della casta e sul quale Beppe Grillo, ma anche i leader del centrosinistra, hanno basato larga parte della loro campagna elettora­le.

    Una battaglia ancora da combattere perché, secondo il Movimento 5 stelle, "nelle voci di spesa si nascon­dono tranelli impensabili". "Alla Ca­mera", scrive la capogruppo pro tempore Roberta Lombardi, "ci sono persone che, pur non avendo fatto il concorso per lavorare nel pubblico impiego, hanno diritto a una strana specie di posto fisso, pagato con fon­di statali, ma regolato da contratti di natura privatistica che vengono puntualmente rinnovati allo scadere di ogni legislatura". Il riferimento è al testo di una delibera "adottata ve­nerdì 21 dicembre del 2012 dall'Uf­ficio di Presidenza" che regola l'as­sunzione dei collaboratori alla Ca­mera e in particolare a due liste dalle quali attingere per le assunzioni.

L'ACCUSA dei neoeletti a 5 stelle è che tra questi ci siano molti riciclati a cui si vuole garantire uno stipendio. "Sicuramente, tra costoro, ci sono seri professionisti con molti anni di esperienza alle spalle. La mancanza di informazioni indispensabili come la data di nascita, non consente di risalire con certezza a molti dei nomi noti contenuti".

     "Analizzando proprio alcuni di quei profili", continua Lombardi, "tra i 506 spuntano nominativi illustri (persone che è bene precisare si tro­vano in una lista ancora tutta da ag­giornare e già da tempo svolgono professioni al di fuori dell'ammini­strazione pubblica ndr) come quelli degli ex parlamentari, Giorgio Strac­quadanio, Rino Piscitello e Roberto Rao. Ma anche nomi di deputati in carica come Sestino Giacomoni o addirittura un sottosegretario all'E­conomia ancora in carica come Gianfranco Polillo". Uno scandalo, secondo il Movimento 5 Stelle, che sottolinea come questo possa essere combattuto solo se verranno eletti questori del loro gruppo.

     "Se i partiti, ancora una volta grani­ticamente coalizzati, impediranno al Movimento di avere almeno un que­store continueranno ad esistere cit­tadini di serie A, che potranno lavo­rare per il Parlamento, a prescindere dalle loro competenze, e cittadini di serie B che, pur avendone tutti i ti­toli, non potranno essere impiegati dai gruppi parlamentari".

 

 

Da LA NOTIZIA del 20 Marzo 2013

 

Un maxiappalto da 170 milioni

Ecco la cuccagna dell'Inps

 

Finmeccanica, Telecom, Ibm, Kpmg e Deloitte si spartiscono la torta dei servizi informatici

 

Di Stefano Sansonetti

     Una gara attorno alla quale ruota­vano enormi in­teressi. Il piatto, del resto, era così ricco che sarebbe stato difficile aspettarsi una situazione di­versa. E c'è da giurare che alla fine anche l'Inps abbia avuto i suoi imbarazzi. L'ente previ­denziale, guidato da Antonio Mastrapsqua, ha appena ag­giudicato un maxiappalto per i servizi di sviluppo e manuten­zione del software applicativo dell'Inps. La cifra è da far tre­mare i polsi. Parliamo di 170 milioni di euro, in pratica una delle commesse più costose transitate per l'ente previden­ziale. Ma chi è riuscito a met­tere le mani sulla megatorta? Diciamo subito che la gara era divisa in sette lotti. Ebbene, alla fine sono stati scelti set­te diversi raggruppamenti di impresa, uno per ogni lotto, all'interno dei quali c'è tutto un campionario dei più grandi gruppi a partecipazione pub­blica e privata.

     Finmeccanica. Il lotto 4, per complessivi 29,7 milioni di euro, è andato per esempio a un drappello di imprese in cui spicca Selex Elsag, del grup­po Finmeccanica. Al suo fian­co troviamo la Hp Enterprise Services, che fa capo al colos­so americano dell'informati­ca Hewlett Packard, e la mul­tinazionale della consulenza Deloitte. Il lotto 5, il cui valore finale si è attestato sui 24 mi­lioni di euro, è stato conquista­to da un raggruppamento in cui è presente Telecom Italia, il gruppo guidato da Franco Bernabè che raramente manca all'appuntamento delle grosse commesse di stato.

     I gruppi esteri. A lasciare il segno, tra l'altro, sono stati an­che i grandi gruppi esteri, mol­to spesso attivi in Italia grazie alle loro società controllate. Il lotto 2, che l'Inps remunererà con 33,8 milioni, ha visto tra i vincitori un gruppo partico­larmente folto all'interno del quale si segnala la presenza degli spagnoli di Indra Siste­mas (attraverso la Indra Ita­lia). Accanto a loro compaiono la multinazionale Accenture, che ha sede a Dublino, e la Avanade Italy, ossia la sussi­diaria italiana della joint ven­ture che vede insieme la stessa Accenture e gli americani di Microsoft. Nomi di assoluto rilie­vo internazionale anche all'interno del raggruppa­mento che ha in­camerato il lotto 3, per un totale di 21,7 milioni di euro. In questo caso troviamo gli americani di Ibm in compagnia dei francesi di So­pra Group e della multinazionale della consulenza Ernst & Young. E visto che sono riusciti a spun­tare un bella fet­ta di torta tutti i principali gruppi della con­sulenza e dei servizi Ict, nel novero non poteva mancare Kpmg, presente nel raggruppamento con Exprivia e Sintel Italia.

     Rispunta Eustema. Alla cuccagna del superbando Inps, tra l'altro, hanno parteci­pato anche società di estrazio­ne sindacale ed editoriale. Può sembrare un po' strano, ma è proprio così. Basta guardare alla storia del lotto 1, assegna­to alla fine per 35,6 milioni di euro.

    Al suo interno spunta Euste­ma, la società informatica del­la Cisl, il sindacato guidato da Raffaele Bonanni, di cui lanotiziagiornale.it si è già ampia­mente occupata (vedi i nume­ri del 12 e 13 marzo 2013). Al fianco di Eustema c'è Innovare 24 spa, che da qualche mese ha cambiato ragione sociale in 24 Ore Software e che altro non è se non la società infor­matica del Sole 24 ore, e quin­di in ultima analisi del sistema Confindustria. Chiudono la composizione del lotto 1 Engi­neering spa e Inmatica spa. Insomma, alla fine sembra proprio che l'appalto Inps ab­bia premiato tutti i principa­li centri di potere. Per carità, questo è avvenuto sulla base di una procedura di gara che ha attirato in tutto la bellezza di 40 offerte. In più bisogna con­siderare che l'Inps è un isti­tuto enorme, che gestisce tra entrate e uscite qualcosa come 430 miliardi di euro, assicu­ra 20 milioni di lavoratori ed eroga 18 milioni di pensioni. Ma tant'è, alla fine i principa­li big si sono portati a casa la loro fetta di torta. E L'Inps si è potuto liberare di una fatico­sa procedura di gara, relativa a uno dei servizi più importanti su cui conta l'istituto per funzionare bene.

 

 

Gli immobili dell'istituto fanno gola a molti: da Caltagirone a Gabetti

 

Le pensioni dell'ente previdenziale sono povere ma il mattone vale la bellezza di 1,5 miliardi

 

Di Stefano Sansonetti

     Un istituto previdenziale attraversato da interessi economici che affondano le radici in ogni settore. Non c'è soltanto il capitolo dei ricchi appalti pubblici a de­stare interesse nei confronti dell'Inps. L'ente previden­ziale, guidato da Antonio Mastrapasqua, possiede an­che un cospicuo "mattone". Parliamo di qualcosa come 13 mila unità immobiliari e 1.200 particelle di terreni. Secondo le ultime stime rese disponibili dall'istituto il loro valore è di circa 1,5 miliardi di euro.

     Naturale che su questo patri­monio si siano concentrate nel corso degli anni moltis­sime attenzioni. Tanto per dirne una, la gestione e ri­qualificazione di tutti questi pacchetti oggi è in mano a una cordata di operatori. Tra gli altri ci sono Prelios, la ex Pirelli Re che fa capo a Marco Tronchetti Provera e alla fa­miglia Malacalza, e Gabetti, riconducibile tra gli altri al gruppo dell'ex presidente di Confindustria Emma Marce­gaglia.

     Tra i gestori del patrimonio dell'Inps, però, c'è anche la Siram, società tra i cui azio­nisti c'è la francese Veolia. I gruppi in questione, in pra­tica, qualche mese fa si sono aggiudicati un appalto da circa 44 milioni di euro per assicurarsi le attività che ruo­tano intorno al ricco mattone dell'Inps.

     Ma sul patrimonio in pan­cia all'ente hanno messo le mani, da diverso tempo, an­che altri soggetti riuniti nella Igei. Si tratta della società, al 51% dell'Inps, che gestisce il patrimonio da reddito dell'i­stituto.

     La società, a dir la verità, è in liquidazione da qualche anno, in attesa di essere chiu­sa nel momento in cui si po­trà far decollare un più am­pio progetto di messa a frutto del patrimonio immobiliare dell'Inps. In attesa che ciò avvenga, però, la compagine azionaria dell'Igei continua a essere composta da socie­tà come Vianini Lavori, del gruppo guidato da Francesco Gaetano Caltagirone, Sovi­gest e Bnl Partecipazioni.

     Che poi, a dirla tutta, gli 1,5 miliardi di mattone oggi de­tenuti dall'Inps rappresenta­no l'eredità rimasta (o ritor­nata) all'ente previdenziale dopo le non proprio esaltanti esperienze di Scip 1 e Scip 2. Parliamo dei tentativi di fare cassa, messi a punto all'inizio del 2002 dall'allora ministro dell'economia, Giulio Tre­monti, attraverso il meccani­smo delle cartolarizzazioni. Le procedure, però, non han­no portato agli esiti sperati, soprattutto per il cattivo an­damento di Scip 2, operazio­ne che di fatto ha fagocitato in un autentico buco nero tutto i miliardi che fino a quel momento erano stato portati in cassa grazie all'operazione Scip1.

 

 

La Repubblica fondata

sulle fondazioni politiche, sempre a spese nostre

 

Di Francesco Nardi

     E’ la Repubblica fondata sulle fondazioni. E in particolare su quelle che i politici hanno fatto nascere e proliferare negli ulti­mi anni. Fondazioni di area, di corrente o anche trasversali, poco impor­ta: l'importante e averne sempre di più, e farle funzionare. Ma funzionare come, e con quali soldi? La legge che ne regola il funzionamento non le obbliga a dare spiegazioni in me­rito e a chi ne osserva gli sfarzi, in alcuni casi notevoli, non resta che valutarne la contiguità politica, come mero fatto che però nulla dimostra.

     Il fenomeno è diffuso a tutte le latitudini politiche, da destra a sinistra. Si va da Quagliariello che presiede Magna Charta, a suo tempo fondata dall'ex presi­dente del Senato Marcello Pera, a Giuliano Amato che preside la dalemiana Italiani europei. E poi da Res Pubblica di Tremonti a De­mocratica di Walter Veltroni.

     Me ce n'è davvero per tutti e l'e­lenco è lunghissimo, segno che i fondi per farle funzionare non mancano, specie in quei casi in cui le attività delle fondazioni si con­fondono con quelle del movimen­to politico di riferimento al punto da non riuscire a distinguerne i tratti.

     Ma perché tanti esponenti politici di rango sentono il bisogno di do­tarsi di una fondazione? Il primo motivo è di ordine politico: i parti­ti hanno cambiato pelle e le strut­ture sono ridotte all'osso, di con­seguenza chi non è al vertice deve trovare nuovi sbocchi per organiz­zare la propria attività giovandosi di un'autonomia anche economica.

Paghiamo noi. Non è un mi­stero che le fondazioni si giovino di denari pubblici, date le ingen­ti somme che vengono stanziate per la soddisfazione dei loro scopi fondativi, ma non basta mai. L'esercito dei fondatori quindi è sempre a caccia di nuovi metodi in grado di finanziare le loro iniziative.

Donazioni. Da tempo ormai battono sul tasto del cinque per mille Irpef, ma a vuo­to. Sembra infatti che da quel canale rie­scano a raccogliere poco o niente perché evidentemente i cittadini preferiscono in­dirizzare le loro donazioni verso cause di­verse dalla "formazione della nuova classe diri­gente", per dirne una. C'è poi un'altra strada che diverse fondazioni hanno tentato, ovve­ro quella della svolta imprenditoriale. Sono nate, e presto collassa­te, ad esempio la Fare­futuro s.r.l di area finia­na e la Magnacarta s.r.l prossima chiaramente all'omonima fondazione presieduta da Quagliariello, ma anche in questo caso l'esperimento non ha dato buoni frutti o comunque non paragonabi­li a quelli che producono le comode sov­venzioni statali alle quali, a quanto sem­bra, non esiste alternativa.

Senza potere, niente soldi. Succede però che le vicende della politica possono improvvisamente allontanare gli animato­ri delle fondazioni dai centri di potere e che di conseguenza queste si impoveriscano. E' il caso di Antonio Bassolino, ex poten­tissimo governatore della Regione Cam­pania ed ex ministro, che nel 20og ha fondato Sudd.

     La fondazione ha funzionato a pieno re­gime per alcuni anni, fino al mesto co­municato di qualche settimana fa, con il quale lo stesso Bassolino ha denuncialo lo stato di crisi in cui ormai versano le casse della sua creatura. Problema al quale sembra non possa esserci soluzione diversa che 1'autotassazione degli amici della fondazione. Ma non è l'unico caso. Anche a Fare Italia è successo qualcosa di simile. Promossa da Gianfranco Fini, la fondazione è passata poi nelle mani di Adolfo Urso. Quando però quest'ultimo ha avuto notizia di essere stato escluso dalle liste elettorali in occasioni delle ulti­me politiche, ha annunciato ai dipendenti della fondazione dell'improvvisa crisi di cassa, licenziandone alcuni. La deduzione autorizza a semplificare, ma tutto lascia pensare che se Urso fosse stato candidato ed eletto, la fondazione non avrebbe avu­to problemi economici.

 

 

Da La Stampa del 20 Marzo 2013

 

“Abbiamo salvato l’onore

L’Europa ci ricatta”

 

La gioia della folla dopo il no dei deputati. Ma ora serve un piano B che non c’è

 

Di Roberto Giovannini

     Un manifestante con un cartello con su scritto (in italiano, e il messaggio è fin troppo chiaro) «oggi a te, domani a me» abbraccia la sua compagna. Da appena due minuti i 56 membri del Parlamento di Cipro hanno bocciato il disegno di legge che prevedeva il «prelievo di solidarietà» sui depositi bancari presentato dal governo su imposizione dell’Unione Europea. Anche se dopo lunghe negoziazioni e rinvii il testo era stato emendato - esentando dal prelievo i depositi sotto i 20 mila euro - la norma non ha ricevuto neanche un voto a favore. Dei 20 deputati del partito conservatore Disy che fa riferimento al presidente di Cipro Nicos Anastasiadis, 19 si sono astenuti, uno si è assentato. Gli altri 36 (dall’opposizione socialista, comunista e verde, ai partiti minori di maggioranza Diko e Evroko) hanno votato contro.

     «L’alternativa era tra un’opzione catastrofica e un’altra opzione altrettanto catastrofica. Si è preferito morire, ma almeno conservando il nostro onore», dice scherzando ma non troppo il giornalista freelance Yorgos Pittas, in mezzo alla manifestazione di circa quattromila persone della galassia della sinistra radicale. Sì, morire e non soltanto per modo di dire. Perché se l’«onore» - nel senso dell’orgoglio di non aver subìto il diktat dell’Eurogruppo, e di non aver tradito le attese dei risparmiatori - è intatto, ci sono pochi dubbi che dalla mattina di mercoledì per Cipro e il suo milione scarso di abitanti si apre un periodo di gravissimi pericoli. 

     Saltato il pacchetto di misure sui depositi, salta anche il piano di aiuti per 10 miliardi stanziati dalla partnership europea. La voragine aperta nei conti del sistema bancario nazionale - ben 17 miliardi di euro, vale a dire l’intero prodotto interno lordo annuo del Paese - diventa letteralmente incolmabile senza gli aiuti dell’Europa. I greci avevano un’economia abbastanza grande da generare risorse a suon di sacrifici e tagli a salari e pensioni. La piccola e orgogliosa Cipro no. 

     Il che significa molto concretamente che a meno di un «Piano B», come un miracoloso prestito da parte della Russia o della Cina che pure in queste drammatiche ore i governanti di Nicosia hanno cercato di procacciarsi, il sistema bancario di Cipro rischia di implodere. E la chiusura delle banche, prorogata fino a tutto domani dal governatore della Banca centrale di Cipro, dal profetico nome di Panicos Demetriadis, potrebbe durare molto più a lungo. Se saltano le banche di Cipro, salta Cipro. Se salta Cipro, potrebbero saltare in aria i mercati. E se i mercati impazziscono e tornano ad attaccare l’Eurozona a partire dagli anelli più deboli della catena, come un certo Paese senza maggioranza, senza governo e con i conti pubblici che vanno malino... le conclusioni le possiamo trarre tutti da soli. 

     Insomma, il «no al ricatto» predicato dal presidente del Parlamento Omirou Yannakis e coralmente festeggiato dai ciprioti nella serata, potrebbe diventare la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. A meno che - e naturalmente questa è la speranza di tutta Cipro in queste ore - l’Europa a guida tedesca decida di allargare i cordoni della borsa rinegoziando con i governanti di Cipro il pacchetto di aiuti. Ma violando - a pochi mesi dalle elezioni in Germania - le draconiane regole di austerità finora seguite, a costo di schiantare Paesi come Grecia, Portogallo e Spagna. Non è detto che della delegazione cipriota faccia parte il ministro dell’Economia Mihalis Sarris: mentre ieri lui era a Mosca, a Nicosia si è diffusa la voce di sue dimissioni, richieste dal presidente Anastasiadis che lo considera responsabile di aver mal negoziato il pacchetto con l’Eurogruppo.

      Nuovi aiuti più generosi e la cacciata di Sarris è proprio quello che sperano i dimostranti, affollati a poche centinaia di metri dal Parlamento, su Nechrou Street, il viale dei Caduti, che intonano slogan contro «i ladri che stanno scippando a quest’isola non solo i suoi risparmi, ma soprattutto il suo futuro», come dice il ventottenne architetto Pandelis. «Piuttosto che accettare queste misure ingiuste - spiega il 53enne assicuratore Lambros Demetriou mentre agita un cartello che raffigura una Merkel con cappello da ufficiale nazista accanto a un sorridente presidente di Cipro Anastasiadis - è meglio fallire, o uscire dall’euro». Chi dice che è un complotto tedesco per sfilare i capitali russi dalla piazza finanziaria di Cipro, e chi invece si dice sicuro - è il caso di Yiannis Lambrakis, che smette solo per un attimo di servire i clienti del suo caffè nella città vecchia - che «è tutto un piano per rubare il nostro gas naturale. Ce lo vogliono scippare».

 

 

Da Il Giornale del 20 Marzo 2013

 

DIECI MOTIVI PER CUI QUESTA EUROPA E' IDIOTA

 

Di Nicola Porro

     Il caos cipriota si farà sentire nei grossi­mi anni. Non tanto per le grandezze in gioco, quanto per le modalità imposte dai ministri finanziari europei. Il problema non è più la crisi delle banche, ma la solu­zione individuata. Vediamo per punti l'elenco delle sciocchezze commesse.

1. un'impresa che commette un errore, in un sistema di mercato, viene spazzata via. Regola che non si applica alle banche. Esse ne sono ormai consapevoli e dunque pren­dono rischi che per un imprenditore nor­male sarebbero folli. Le banche cipriote so­no oggi nel fango per un semplice motivo. Hanno investito gran parte dei depositi dei propri correntisti in titoli greci. Ciò che è chiaro anche a un bambino, non lo è per un manager bancario. Alla prima elementare spiegano che non conviene mettere le uova tutte nello stesso cesto: se cade, si rompono tutte. Ebbene, le banche di Cipro hanno massicciamente investito in obbligazioni greche e dunque subito il recente taglio im­posto proprio dai salvataggi europei. Geni.

2. Cipro ha un'economia che vale 18 miliar­di di euro l'anno; poco meno della metà del Pil dipende dal settore finanziario; a Nico­sia ci sono depositi bancari per circa 70 mi­liardi di euro, di cui la metà sono di stranie­ri non residenti. La dipendenza di Cipro dall'economia bancaria è superiore a quel­la che era per l'Irlanda (altra sommersa e poi salvata dalla Ue). Le banche prestano quattrini che hanno raccolto. In giro per il mondo una parte di questa raccolta avviene attra­verso obbligazioni e strumenti simili e per un'altra parte attra­verso i depositi bancari. A Nico­sia il rapporto è tutto sbilancia­to verso i depositi, di obbligazio­ni in giro ce ne sono circa 3 mi­liardi di euro. Non pensate che questa sia un'attività crimina­le. Autorità internazionali (il co­mitato di Basilea tra le altre) sta consigliando agli istituti di tut­to il mondo di aumentare la quota di depositi rispetto a pre­stiti sul mercato. Lungimiranti.

3. In questo contesto i cervello­ni europei varano un piano di salvataggio di Cipro pari al suo Pil, ma pretendono che il gover­no dell'isola tassi i depositi ban­cari a livelli di esproprio (6,75% per i depositi fino a 100mila euro e 9,9% per quelli superio­ri):10mila eu­ro di imposta una tantum su un deposi­to di cento mi­la euro. Legan­do il salvatag­gio di un'eco­nomia a que­sta tassa si ri­voluziona un principio fon­dante del no­stro sistema basato sul cre­dito bancario. Fino a ieri vi era una gerar­chia dei rischi finanziari ben chiara a chiun­que. Le azioni sono le attivi­tà più rischio­se, seguono le obbligazioni e ultimi i depositi bancari.

4. Nel 2008, causa crisi america­na dei subprime, in Europa si diffonde il panico bancario: il ri­schio è la corsa alla sportello. Non ci si fida più della solidità della propria banchetta. Che ti inventano i nostri accorti politi­ci? La garanzia sui depositi fino a 100mila euro (che in Italia già esisteva da un pezzo). Il messag­gio è chiaro: state buoni, quei quattrini non ve li tocca nessu­no, non correte a ritirare soldi al­lo sportello. Dopo un lustro i medesimi politici non si fanno scrupoli a tosare il 10 per cento della nostra ricchezza custodi­ta in banca.

5. I depositi bancari sono frut­to (fino a prova contraria) del ri­sparmio accumulato al netto delle imposte pagate sui propri redditi. Non si creano da soli. Il principio per cui l'Europa e l'Ita­lia li hanno tutelati e garantiti (certo solo fino a 100mila euro) non è una graziosa concessio­ne statalista, ma nasce dall'esi­genza di canalizzare il rispar­mio in banca e attraverso questa reimpiegarlo nell'econo­mia. Il tutto si basa sulla fiducia. Adombrare una tassazione espropriativa sui depositi ha dunque effetti macroeconomici ben superiori al pareggio di bilancio che gli eurocrati cercano. Si vuole risolvere un proble­ma contingente, un raffreddo­re, con una cura dilungo perio­do e inadeguata, una chemioterapia.

6. L'ipotesi di queste ore di ren­dere la tassa sotto 100mila euro più bassa e quella sopra 100mi­la euro più gravosa, mantenen­do il gettito atteso di 5,8 miliar­di di euro, non cambia il copio­ne. Il principio viene comun­que violato. I risparmiatori, ri­cordava Einaudi, hanno memo­ria di elefanti e gambe di lepre. Singapore ringrazia. Ridurre l'imposta per i patrimoni più bassi non ha inoltre alcuna giu­stificazione etica: non sta scrit­to da nessuna parte che il pro­prio conto corrente, inteso co­me cash depositato in banca, sia una proxi della propria ricchezza.

7. Tassando i depositi bancari di Cipro si tassano gli oligarchi russi. Che hanno, si dice, 35 mi­liardi a Cipro. Interessante que­stione razziale: russo, oligarca, dunque mafioso o almeno riciclatore. Non si può ovviamente escludere, ma neanche affer­mare con tanta certezza. E a quel punto non sarebbe stato più sano azzerare il loro investi­mento azionario (i russi sono anche azionisti delle banche ci­priote) e dunque rispettare il corretto funzionamento della gerarchia dei rischi finanziari? Tanto più che gli investitori rus­si sono andati a Cipro (primo Stato che li ha accolti allo scio­glimento dell'unione sovieti­ca) attratti dalla solidità dell'eu­ro. Una credibilità che oggi vie­ne irrimediabilmente persa.

8. Il parlamento cipriota ha vo­tato contro questa misura. Così come il fronte europeo sembra oggi meno granitico. Ma il dan­no è stato fatto. Se l'Italia o lo Spagna (che ha avuto ingenti aiuti bancari senza alcun taglio ai depositi) dovessero trovarsi in una condizione disperata, chi ci garantisce che non verreb­be adottata una ricetta simile? i ministri finanziari europei di oggi? Alla promessa di un politi­co non ci crede neanche babbo natale, per di più se è stato già colto una volta con le mani nel­la marmellata. Tenete a mente questo numeretto: 8mila mi­liardi di euro, quattro volte il no­stro debito pubblico. E la ric­chezza degli italiani. Di cui una gran parte depositata in banca.

9. Che a Cipro qualcosa non gi­rasse per il verso giusto si sape­va dal 25 giugno dell'anno scor­so, quando il Paese chiese i pri­mi aiuti. Solo oggi la storia preci­pita: i mercati tremano, l'euro ha raggiunto i suoi minimi. Per la crisi delle banche? Ma va: piuttosto per la soluzione trova­ta. Tanto che in questi sei mesi, dall'annuncio del problema di Nicosia fino al 17 marzo quan­do è stato rivelato il piano di tas­sazione dei depositi, mercati europei ed euro sono cresciuti.

10. Eurocrati e politici ciprioti sa­rebbero da imbavagliare. Si so­no comportati come quel killer che avverte la propria vittima. Hanno annunciato l'esproprio bancario senza prima averlo ap­provato in Parlamento. Già che c'erano potevano affidare la co­municazione a Cappuccetto rosso.

 

 

Da Italia Oggi del 20 Marzo 2013

 

Il modello preferito dalla Germania alla vigilia del voto

 

L'impoverimento dell'Italia e l'arricchimento tedesco

 

Di Stefano Cingolani

     Oggi a Cipro, domani a Roma? L'Eurogruppo ha escluso che il prelievo forzoso sui conti in banca possa essere esteso ad altri Paesi. Eppure la domanda da brivido resta appesa sulla nostra testa come una spada di Damocle. Alcune dure e chiare uscite di autorevoli esponenti del Modell Deutschland fanno capire che è proprio quel che importanti ambienti economici e politici tedeschi pensano di propinare all'Italia. C'è stato l'ukase di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank: l'Italia non ha i titoli per chiedere un aiuto della Bce se non prosegue sulla strada del rigore e delle riforme. E c'è la campagna sulla ricchezza degli italiani che tambureggia sui giornali economici.

    Per spiegare che non siamo come la Grecia, più volte abbiamo sbandierato la nostra ricchezza patrimoniale e finanziaria. Bene, bravi - replicano adesso i tedeschi - allora pagate. Lo spiega Joerg Kramer, capo economista di Commerzbank e suggerisce anche come. La ricchezza finanziaria italiana è pari al 175% del Pil, quella tedesca è solo al 125%. Una patrimoniale del 15% potrebbe riportare il debito italiano sotto quota 100. L'imposta dovrebbe essere accoppiata a un prelievo straordinario una tantum su depositi e titoli, insomma una cura Amato '92, ma ancor più amara. Il modello Cipro. Il tutto sullo sfondo della propaganda anti-euro che fa proseliti tra economisti, industriali, banchieri, riuniti nell'associazione Alternativa per la Germania.

     Il tam tam cresce e si fa assordante. Finora la Cancelleria resiste. Anzi, preoccupata, lancia segnali accomodanti. Dice che l'Italia ha tutto il diritto di fare investimenti produttivi in deficit se mantiene il disavanzo totale sotto il 3% e conferma il surplus al netto degli interessi. Ma il voto s'avvicina e l'ordalia punitiva conquista gli elettori (non solo i conservatori). Dunque, la sindrome cipriota non è affatto un esercizio di scuola. Del resto, la patrimoniale è scritta nel programma del Pd e la chiedono gli stessi grillini. Dunque, i tedeschi saranno anche perfidi, però non si inventano nulla. È questa la via d'uscita?

     La patrimoniale suscita naturalmente l'avversione dei ceti medio-alti. Economisti che, citando Einaudi, non sono contrari, rammentano l'enorme difficoltà di acchiappare la ricchezza finanziaria, mobile di per sé. «Il capitale è un ectoplasma», diceva Joan Robinson, musa del keynesismo di sinistra. Quanto agli immobili, l'Imu è già una patrimoniale, dunque è difficile che possa esserne imposta un'altra. Alla fine della fiera resta il prelievo forzoso sui risparmi e sui depositi bancari. Esattamente come a Cipro. Verrebbe pagato, non dai ricchi che polverizzano i loro patrimoni in una miriade di società, ma dai cassettisti che hanno comprato titoli Eni, Enel, Generali, o da quello che una volta si chiamava Bot people.

     E cosa riceverebbero in cambio? La crescita, l'allentamento della stretta, la riduzione delle aliquote? In tal caso, potrebbe anche diventare un patto vantaggioso, almeno nel medio periodo. No, otterrebbero la stessa politica di austerità, precondizione per stare nell'euro, esattamente come dice Weidmann. Uno scambio ineguale tra impoverimento dell'Italia e arricchimento della Germania che continua ad attrarre capitali in cerca di rifugio sicuro, grazie all'euro forte, al merito di credito e alla deflazione salariale. A queste condizioni, a Roma ci vorrebbe un governo che dicesse chiaramente no, ribaltando la frittata.

     Ci vorrebbe. Se non c'è, allora comanda chi può e chi sa. La politica non ammette vuoti. Sarà per questo che anche Mario Draghi si sta prudentemente spostando verso la Bundesbank?

 

 

 

 

 

 

 

 

  

GIUGNOLUGLIO - AGOSTO - SETTEMBRE - OTTOBRE

 

 

 

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